Altro che #metoo, ecco la nostra vita di donne reali. Ricattate, molestate, mal curate

Esce oggi otto marzo Nome di donna, il film di Marco Tullio Giordana sul tema delle molestie sessuali. Protagonista una donna, Cristiana Capotondi, che ha la forza di andare oltre le resistenze di ogni tipo, anche delle stesse vittime. Nel mondo reale, però, le cose vanno pure peggio. “Sono una madre single, ho un contratto a termine e subisco molestie ogni giorno dal proprietario per cui lavoro. Non posso perdere il posto, né denunciarlo, perché le voci girano e nessuno mi assumerebbe”, racconta Francesca, magazziniera di una farmacia. Francesca non è sola, visto che, come ha certificato l’Istat, sono state 3 milioni e 118mila (il 15,4%) le donne che negli ultimi tre anni hanno subito molestie. Specie nei luoghi di lavoro, dove i casi aumentano, anche se quasi nessuna denuncia. “Le lavoratrici oggi sono così deboli che il rapporto di forza è tutto a favore del datore di lavoro. La crisi favorisce le molestie”, spiega Nadia Somma, esperta di violenza contro le donne e consigliera di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza).

Ma i ricatti non sono solo sessuali. E infatti non sarà un bell’otto marzo neanche per Chiara, una delle 25.000 mamme costrette a dimettersi dal lavoro. “Ho rifiutato, da manager, di fare trasferte lunghissime con un figlio di tre mesi. La mia azienda voleva demansionarmi a fare telemarketing. Se non avessi avuto il Jobs Act avrei potuto almeno impugnare un eventuale licenziamento e magari avere il reintegro”. Oggi Chiara è annoverata tra le classifiche delle madri disoccupate. Un esercito, visto che lavora solo il 58,4% delle donne con un figlio – contro il 72,5% della media europea – e il 41,4% di chi ha più figli. Ma non festeggiano neanche le donne che un figlio lo desiderano, visto che, sempre per l’Istat, in Italia le nullipare, non per scelta, tra i 18 e i 49 anni, sono circa 5 milioni e mezza, ben una su due. Tante vip con figli sulle copertine patinate, culle vuote invece per le donne normali. E comunque, con o senza bambini, per l’8 marzo le donne italiane – come ogni giorno – dedicheranno 4 ore e 47 minuti alla cura della casa e dei familiari, contro 2 ore e 51 minuti degli uomini (dati Save The Children 2017).

Ma a soffrire oggi è anche un’altra categoria: le donne separate. “La sciagurata sentenza sul caso Grilli (il mantenimento del tenore di vita precedente il divorzio non è più un diritto, ha stabilito sostanzialmente la Cassazione, ndr) sta dettando legge in tutta Italia”, racconta Lucia, in attesa di sentenza sul suo assegno di mantenimento (che in Italia ha un importo medio di 533 euro). “Guadagno 1.300 euro, mio marito 100.000 l’anno, ho cresciuto due bambini. Oggi consiglio a mia figlia di non sposarsi. Presto ci toglieranno anche la pensione di reversibilità”.

E che dire dell’otto marzo di Antonietta Gargiulo, moglie del carabiniere che le ha sparato e poi ha ucciso le sue bambine prima di suicidarsi, che proprio in questi giorni verrà probabilmente a sapere del loro destino? I femminicidi sono in aumento, come attesta l’autorevole EU.R.E.S. nel suo ultimo rapporto: più 5,6% nel 2016, trend confermato nel 2017, una donna uccisa ogni tre giorni. Donne che sono sempre di più anziane, straniere, prostitute (di queste ultime nel 44,6% dei casi non viene neanche trovato l’assassino, a fronte dell’11,4% dei femminicidi “normali”).
“Nonostante questo”, spiega Somma, “solo una donna su dieci denuncia le violenze, e un quarto delle denunce viene archiviato. Ma la denuncia non serve, se la donna non viene subito spostata in una casa rifugio protetta – come si doveva fare per Antonietta e le sue figlie – e se non le si danno strumenti economici per rifarsi una vita. Eppure questi soldi non ci sono. E infatti le donne vengono uccise come prima”. Come continuano a morire le donne malate di una delle malattie femminili più diffuse, il cancro al seno. Parla Chiara, medico, malata metastatica come altre 30.000 che hanno deciso, con una lettera pubblica e una petizione, di far sentire la propria voce contro la retorica dei fiocchetti rosa e del “si guarisce sempre”. “Gli screening previsti sono per le donne over 50, ma i nuovi dati dimostrano che ci si ammala sempre prima e che il tumore uccide un quarto delle malate. Siamo in tantissime, molte giovani con bambini piccoli”. “Un problema dimenticato dalle politiche sanitarie”, commenta la senologa Alberta Ferrari. Sperando che anche su questo tema Hollywood si svegli. Perché di un racconto più vero della realtà del cancro al seno abbiamo tutti bisogno. Magari, per il prossimo 8 marzo.

 

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano.

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