Io, mamma lavoratrice autonoma, di fronte al voto

Ho sempre pensato che i giornalisti non dovessero esplicitamente dichiarare il loro voto. Né, tantomeno, avere tessere di partito, che infatti non mai avuto. Dunque non lo faccio anche stavolta, nonostante la prospettiva  insopportabile e molto concreta di un ennesimo governo tecnico o, peggio, di larghe intese. Però vorrei raccontarvi qualcosa di me, della mia biografia di madre lavoratrice autonoma quarantenne. Non per culto della personalità, solo perché  ben rappresenta quella di una generazione, quella dei 35-45 enni. Che domenica, appunto, va alle urne segnata dalle ferite delle dalla crisi economica e preoccupata non tanto dal futuro dei propri figli in Italia ma dal non avere abbastanza risorse per dare ai propri figli strumenti utili per andarsene quanto prima all’estero.

Mio padre è un ex dirigente di banca, mia madre un’ex impiegata Rai (sì, la Rai che, oggi, per me giornalista è preclusa). Mi hanno cresciuto in buona fede col mito del lavoro dipendente e con la convinzione che per trovare un lavoro servisse studiare. Per questo ho preso una laurea, un master e un dottorato di ricerca, salvo poi scoprire che sul mercato del lavoro italiano si trattava di carte non spendibili. Pezzi di carta inutili nello scenario in cui mi affacciavo – quello della fine degli anni Novanta e dei primi anni Duemila – perché la cronica assenza di meritocrazia già cominciava a legarsi, in una morsa letale, alla fine delle assunzioni nel pubblico e all’avvento dei primi contratti atipici, precari e flessibili, senza tutele.

 

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