“Pensioni dei giovani”, ma di chi e che cosa state parlando?

Con i capelli bianchi, presbiti, quasi in menopausa o con la prostata ingrossata. Così sarebbero, secondo il Partito Democratico i giovani italiani. Già, perché se si dovesse dare retta allo slogan elettorale che annuncia da mesi “una pensione di garanzia per i giovani” – cioè, secondo Cesare Damiano, coloro che hanno iniziato a lavorare con il solo regime contributivo – bisognerebbe far riferimento a persone che, entrate sul mercato nel 1996, oggi avrebbero quaranta o cinquant’anni. Generazioni doppiamente stritolate: sia da una delle riforme più inique della storia, quella Dini, che creò un divario tra pensionati retributivi di serie A e pensionati di serie B  (ai quali fu tolto, ma in pochi lo sanno, persino il diritto alla pensione minima); che dall’arrivo dei contratti atipici, come i co.co.co., trasformatisi nel tempo – altro che flessibilità propedeutica alla stabilità – in partite Iva, lavoro a chiamata, voucer, persino lavoro nero.  

Giusto sarebbe intervenire  a favore di questi non più giovani lavoratori che presto andranno in pensione con importi da fame vera, come ha denunciato l’Ocse, e che sono in maggioranza privi di qualsiasi ammortizzatore sociale, dalla disoccupazione a un reddito antipovertà. L’impressione, invece, è che il Pd stia utilizzando la solita, esausta, retorica giovanilista senza avere la minima idea della generazione a cui si sta riferendo, unicamente per darsi una confusa  patina di modernità e di futuro. E infatti sul tema della “pensione per i giovani” ci sono dichiarazioni in libertà: il consigliere di Palazzo Chigi Stefano Patriarca ha parlato di chi “inizia a lavorare nel 2016”, il ministro Martina di chi “ha meno di 30 anni”, il ministro Poletti di chi “si trova nel regime contributivo” (e cioè? Da quanto? Dal 1996, dal 2006, dal 2016?). Insomma non è chiaro se il Pd voglia consapevolmente e iniquamente escludere le generazioni precedenti, come ha fatto d’altronde con il tetto di età messo per gli sgravi alle assunzioni, o – peggio – neanche si renda conto chi sarebbe il destinatario di quei 650 o 700 euro che sta promettendo. Cifra che poi deriverebbe (come era stato spiegato ai sindacati in agosto, quando l’introduzione della pensione per i giovani era data per imminente) dall’aumento della cumulabilità tra la pensione e quello che si chiama oggi assegno sociale ma che vera pensione non è, visto che è vincolato a una serie complicata di criteri. È chiaro allora che avranno la meglio slogan come quelli di Forza Italia e Salvini che promettono l’aumento di tutte le pensioni a 1000 euro e l’abolizione della legge Fornero. Proposte senza coperture e sicure fonti di nuove iniquità, ma che almeno hanno il furbo pregio di rivolgersi a un pubblico chiaro senza usare l’irritante retorica giovanile.  C’è infine da dire che un Pd che intenda non toccare la legge Fornero dovrebbe essere ossessionato della stabilità del lavoro, così come dei sussidi di protezione per i disoccupati, senza i quali quella riforma rischia realmente di essere un massacro sociale. Peccato che gli anni di governo Renzi abbiano tragicamente contributo, soprattutto grazie al Jobs Act, a precarizzare l’ultimo scampolo di lavoro non precario, riducendo drasticamente la durata dell’indennità. Il che significa che se già oggi abbiamo centinaia di migliaia di lavoratori intermittenti o disoccupati che dovranno aspettare settant’anni per non avere neanche una pensione minima, tra venti o trenta avremo anche milioni di lavoratori semi-anziani che le aziende licenzieranno senza preoccuparsi né di scivoli né di prepensionamenti. Forse vale la pena ricordarlo, a quaranta giorni dalle elezioni.

Pubblicato sul Fatto quotidiano.

Rispondi