La beffa dei bonus bebè e il paese senza più figli

Se sono una lavoratrice autonoma con due figli di tre e cinque anni, tutto ciò a cui ho diritto oggi, pur avendo messo al mondo due bambini, sono unicamente i miseri sgravi fiscali di sempre, che coprono a malapena le spese per il latte. Niente bonus mamma domani, niente bonus asilo nido o bonus bebé (quest’ultimo solo per i nati dal 2015), niente assegni familiari, cui hanno incredibilmente diritto solo i lavoratori dipendenti. Allo stesso modo, anche se ho un bambino nato nel 2015, ma un reddito ISEE di 26.000 euro, non avrò diritto ad altro che i soliti sgravi: niente bonus bebé (tetto di 25.000 euro) e niente bonus asilo nido (solo per i nati dal 2016).

Se invece sono così fortunata da avere un figlio dopo il 2016 e un reddito basso, allora potrò usufruire di mille euro di bonus nido – non cumulabile però con il voucher per nidi e baby sitter, molto più conveniente – sufficienti più o meno per un paio di mesi di retta, visti i costi attuali dei. Poi sì, potrò avere anche il bonus bebé di 80 euro al mese (riecco i magici 80 euro), in pratica soldi che non coprono neanche la spesa dei pannolini. Ma attenzione, se deciderò di fare un altro figlio, il suo bonus bebé sarà diverso da quello del fratello. Il secondo potrà infatti godere di soli 40 euro – ma d’altro canto allora le elezioni saranno passate – e soltanto per un anno invece che tre, come se le necessità di un bambino cessassero passati dodici mesi. A spiegare quanto sia inutile e persino offensiva questa ragnatela di misure – definita erroneamente “a favore delle famiglie”, quando invece è destinata solo ad alcune famiglie e in modo insufficiente – non servono parole: bastano direttamente i dati arrivati dall’Istat: 100.000 bambini in meno dall’inizio della crisi economica ad oggi, con un media di figli per donna che precipita a 1,34. Un calo che coinvolge anche le straniere, a dimostrazione di quanto la decisione di non fare figli sia sempre meno culturale e sempre più legata all’angosciosa mancanza di lavoro e di soldi. Da anni i sociologi, inascoltati, continuano a dire che le politiche sociali non si fanno con i bonus, che ci vogliono misure universalistiche, cioè assegni svincolati da criteri assurdi e soprattutto dati fino alla maggiore età del figlio, perché un adolescente incide sul bilancio familiare – basti pensare a quanto mangia! – anche più di un bebé. Ma nulla: si continua con l’ipocrita e ideologica politica delle mance e degli slogan, quelli di ieri – ricordate i mille asili in mille giorni? – e quelli di oggi, come la recente promessa di Renzi alla Leopolda di estendere gli 80 euro alle famiglie con figli. Puro market elettorale. Perché chi volesse veramente proteggere le famiglie dovrebbe, oltre ad introdurre assegni veri, proteggere il lavoro, non renderlo strutturalmente precarizzato con il Jobs Act salvo poi varare inutili sgravi fiscali una tantum per chi assume. Oppure introdurre un reddito minimo sostanzioso, non come il tanto sbandierato Rei, pubblicizzato citando la cifra di 485 euro al mese: vera, certo, peccato che destinata a famiglie di 5 o più persone e con un reddito ISEE non superiore a 6.000 euro (e solo per 18 mesi!). La realtà è un’altra: quella di giovani uomini e donne (più vicini ormai ai loro nonni che ai loro genitori, ma senza l’allegria di una famiglia numerosa), che lavorano, quando lavorano, con contratti ormai in maggioranza a termine e importi ridicoli. E che per questo spesso rinunciano – con una sofferenza che nessuno racconta – a fare figli, o ne fanno uno solo, col rischio concreto di perdere il lavoro e privando un bambino della gioia incommensurabile di avere fratelli. Siamo un paese sempre più vecchio, esposto a squilibri demografici ormai certi. E soprattutto con una classe dirigente incapace di capire che sui bambini si fonda tanto la nostra felicità che la nostra futura sussistenza.

Pubblicato su Il Fatto quotidiano

 

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