Yoga per bambini, una moda inutile

Stressati, frustrati, ansiosi, depressi, emotivamente disturbati, incapaci di concentrazione e attenzione. Stando alle parole di educatori ed esperti, ma pure al racconto che i media fanno sui nostri figli, i bambini di oggi sarebbero affetti da sindromi di ogni tipo. L’etichetta della patologia è sempre pronta, e come nel caso degli adulti riguarda il bambino preso in sé, dalla cui biografia problematica scaturirebbero i sintomi, e mai la cultura e la società, malate e sbagliate, in cui il bimbo è inserito. Ma se la malattia è sempre individuale, anche la cura deve esserlo: e così ecco gli insegnanti che suggeriscono lo psicologo personale “per imparare a gestire le proprie emozioni” a bambini di appena cinque o sei anni, oppure madri che decidono di mandare i propri figli oppressi ai sempre più diffusi corsi di meditazione o yoga per bambini.

Non si tratta, per carità, di negarne i benefici: a detta di chi li conduce, migliorano la concentrazione, favoriscono l’elasticità, sviluppano la consapevolezza del respiro e del corpo, riducono ansia, stress, aggressività, nutrono l’intelligenza razionale ed emotiva, stimolano la capacità di apprendimento e molte altre magiche cose. Ma proprio come per gli adulti, e anzi molto di più, lo yoga per bambini è una terapia che non agisce per nulla sulle cause radicali del loro malessere: quel malessere che nasce invece dall’individualismo e dalla competizione esasperate a scapito della solidarietà, dal consumismo estremo, dalla mancanza di spazi aperti da vivere, dall’assenza di un collettivo forte che li contenga e li aiuti (la scuola non sempre lo è), dalla mancanza di fratelli, dal poco gioco libero, dalla solitudine, spesso grandissima. Non è una questione di giudizi: ma rovesciare su un figlio magari unico tutte le aspettative di un’intera famiglia, iperstimolarlo precocemente, impegnarlo in mille attività sportive e musicali anche quando manca l’interesse (o il talento) non produce felicità. Eppure invece di “togliere”, i genitori aggiungono ulteriori attività, oltretutto sborsando altri soldi: tipo lo yoga, appunto, che dovrebbe “rilassare” il bambino, sempre, in definitiva, per migliorarne le sue performance grazie a un maggior equilibrio tra impegno e relax. Ma siamo sicuri che ciò che serve a un ragazzino di sei o sette anni, la cui felicità coincide con l’immediatezza della vita stessa, sia una riflessione meditativa sul respiro e sul corpo attraverso le asana yogiche? Non è forse una continua proiezione di ciò che pensiamo occorra a noi? E se la cura fosse altrove, ad esempio in una famiglia dove prevalga l’amore sul possesso dell’oggetto, in genitori che si amano e si rispettano, in giornate fatte di vuoto creativo, nella possibilità frequentare un gruppo scout o simili, in un bosco in cui perdersi? E se proprio meditazione deve essere, perché ricorrere all’esotismo, in un paese pieno di campane il cui suono magnifico rasserena mentre al tempo stesso dà senso – per chi ci crede certo – a quelle angosce di morte che i bambini hanno e che nessuno più riesce a lenire?

Pubblicato sul Fatto quotidiano.

Rispondi