Cani e bambini a seguito, non chiamatele vacanze

Estate. Per ogni cane non più, fortunatamente, abbandonato c’è un cane che deve essere trasportato. Ma anche quest’anno viaggiare con un animale si rivela un’impresa da incubo, e poco cambia se sei un personaggio famoso o no, come il rapper americano Schoolboy Q. Che atterrato a luglio vicino a Los Angeles, ha scoperto che la sua compagnia aveva spedito per sbaglio il suo cane a Chicago. Dirottamenti a parte, anche il semplice spostare un cane in aereo (più facile in treno, anche se esoso) richiede un’organizzazione militare: dopo aver spulciato la selva di norme che ogni compagnia e paese riserva a Fido – “solo per citare Alitalia”, scrive Francesca su Facebook, “non puoi fare il check in on line, a bordo viaggi obbligatorio nel posto finestrino e si fanno pure pagare 40 euro a tratta (ma anche di più, ndr), senza neanche una ciotola d’acqua” –  bisogna esibire passaporto canino, certificato antirabbico, tatuaggio, guinzaglio e museruola, trasportino da ginocchia o contenitore per la stiva se il cane è grande (e ti devi pure stampare da solo la scritta “living animal” da apporre).

L’altro problema, però, è l’alloggio. Perché la verità è che oggi, pur di accaparrarsi la clientela, la dicitura “pet-friendly” compare nella maggioranza degli alberghi. Peccato che spesso si tratti di hotel per nulla strutturati per accogliere animali. “Per quante informazioni dettagliate chieda in anticipo”, racconta Maria Cristina, “continuo a beccare fregature: arrivi in albergo e scopri che, nonostante le false rassicurazioni, il cane se ne dovrebbe stare in una stanza tutto il giorno, quando invece ci dovrebbero essere una zona ristorante per cani e padroni, spiagge riservate e attrezzate che non siano dei lager e magari dei dog sitter se uno vuole andare a un museo. A volte ti chiedono di tenerlo legato otto ore sotto l’ombrellone (che di solito, sapendo che hai un cane, ti hanno piazzato tra le nasse dei pescatori messe ad asciugare e l’angolo di raccolta differenziata dell’umido)”.

Se i padroni dei cani non se la vedono bene, i genitori non se la passano meglio. Cresce la moda degli alberghi child free: anche se la legge italiana proibisce ad hotel di rifiutare bambini – mentre all’estero si può fare: lo fanno, tra i tantissimi, i resort Sandals negli Usa e persino la compagnia aerea Thomas Cook  –  anche in questo caso funziona un po’ come per i cani: in teoria non ci sono divieti espliciti (ma guardate bene i siti, spesso troverete diciture come “l’albergo non è adatto a ospitare bambini”), ma di fatto poi ci si può trovare in strutture del tutto inadeguate alla loro permanenza, magari ammobiliate con fragili vasi settecenteschi. Poi ci sono, ovviamente, gli ostacoli fisici, quelli nei quali restano intrappolati i passeggini. Una segnalazione di quest’estate arriva da Sara: “Proprio pochi giorni fa, alla stazione di Monterosso, presso le Cinque terre, non c’erano né scale mobili né un ascensore che ci permettesse di arrivare alla strada sottostante, nonostante un dislivello incredibile”. Ultimo capitolo, i trasporti. Spesso si sceglie l’aereo per abbreviare ai bambini le ore di viaggio e ci si ritrova nella condizione di Francesca, che deve per lavoro deve spostarsi continuamente con la famiglia.  “Gli aerei non sono pensati per i bambini, che pure pagano prezzo pieno. Cosa gli costerebbe tagliare due file di sedili e fare un piccolo spazio per farli muovere, oppure sedere a giocare e a leggere? E perché non ti danno dei cuscini veri per farli dormire? Per non parlare dell’assegnazione bizzarra dei posti, con famiglie sparse per la cabina. Nei momenti peggiori penso con rabbia ai fan dei luoghi child free. Mi chiedo se si rendono conto di chi pagherà le loro pensioni future”.

Pubblicato sul Fatto quotidiano.

 

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