Sagre, che ci importa dell’afa, ecco i cibi da clima delle steppe

Mentre i meteorologi, proiettati negli anni a venire, si affannano a costruire modelli di futuro, loro sono pervicacemente aggrappate al passato. E mentre l’Italia boccheggia per un caldo che gli scienziati del clima classificano come segno dell’imminente tropicalizzazione, loro voltano la testa all’indietro, riproponendo non solo mercatini di antiquariato, fiere del vintage e tornei di briscola, ma soprattutto – indifferenti ai consigli dei esperti anticaldo che intimano cibo leggerissimo e acqua a gogo –menu buoni per il freddo delle steppe, innaffiati da libri di birra e vino rosso. Sono le sagre italiane, sparse sul territorio: inamovibili, appunto, nei loro programmi e soprattutto nei loro piatti.

 

Così, solo in questi giorni, per una solitaria sagra del cocomero a Zagarolo, si può scegliere sia tra due sagre del cinghiale, una a Morbello, Alessandria (menu: ravioli ripieni di carne al cinghiale, polenta al cinghiale, arrosto di cinghiale) e una a Borgo San Lorenzo, Firenze; sia tra tre sagre della salsiccia: una a Santa Caterina, in Toscana, un’altra a Aglientu in Sardegna, a base di salsiccia e formaggio e una a Montegallo, Ascoli Piceno, anche qui a base di salsiccia e formaggio fritto. Allo stesso modo, mentre con fatica troverete sagre del pomodoro o della zucchina, facilmente vi imbatterete nella sagra della polenta a Pescolanciano, Isernia, in quella del bollito misto a Predosa, Alessandria, oppure – cibo tipicamente estivo – nella sagra della lumaca: sia a Casumaro in Emilia-Romagna, dove le lumache sono cucinate alla casumarese, con lardo, brodo di carne e mollica di pane, sia a Miranda, Isernia. E poi, ancora, nella sagra della trippa a Velletri, nel PorchetFest a Monasterolo del Castello, Bergamo, nella Festa della fontina a Oyace, Aosta o nella sagra dell’agnello a Ateleta, L’Aquila. Dulcis in fundo, c’è la sagra dello sfilatino farcito a Ururi, Campobasso. Tra gli ingredienti a scelta per imbottire il panino ci sono pampanella, cioè carne di maiale speziata, porchetta, torcinelli, ossia budella di agnello ripiene di animelle d’agnello, salsiccia, wurstel, pancetta, prosciutto, salame e nutella.

A leggere i programmi delle Pro loco, insomma, sembra di immergersi in una saga del Trono di Spade, o in un freddo inverno medioevale. Si festeggia tutto ciò che è stato, per definizione bello e buono, che sia cibo o stile di vita (specialmente se rurale). Qualche esempio? Il prossimo 13 agosto, a Iglesias, Cagliari, si terrà l’annuale Corteo storico medievale, mentre a fine mese, a Galluccio, in Campania, si svolge la manifestazione “Tiempi belli re na vota”, dedicata alla rievocazione degli Antichi Mestieri Contadini. E mentre in questi giorni a Monsampietro Morico, Fermo, c’è la sagra de “Lo magnà de ‘na ota. Alla scoperta dei sapori dei nostri nonni”, ad agosto a Crotone, tanto per andare indietro col tempo, c’è persino un Festival della Magna Grecia.

Col pullulare delle sagre, puntuale come ogni anno è tornata anche la polemica, da parte dei ristoratori, su queste feste di paese che nascono come funghi e con scarsa regolamentazione, facendo quindi concorrenza sleale ai locali, oltre a godere di copiosi fondi regionali (è di luglio la polemica tra i comuni coinvolti dal terremoto e il governatore del Lazio Zingaretti, accusato di occuparsi più dei “maccheroni di Canepina che delle macerie del sisma”). Cooperative, associazioni e quelli che si adoperano per organizzarle rivendicano invece invece la bontà delle loro iniziative. Che al di là di chi ci guadagna, o forse persino lucra, dovrebbero aiutare chi si avventa su uno spezzatino di cinghiale ad abbassare la temperatura percepita. Naturalmente, grazie alla forza dell’illusione.

Pubblicato sul Fatto quotidiano.

 

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