Altro che scuole di scrittura, per fare letteratura ci vuole talento (e senso del tempo)

Siete scrittori – o aspiranti tali – che ambite a vedere pile del vostro romanzo nelle librerie, andare in tv, scalare le classifiche, vendere i diritti per un film con gli attori alla moda e magari dovervi persino trasferire in Irlanda per non pagare le tasse? Questo libro non fa per voi, accomodatevi tranquillamente altrove (con l’unico, trascurabile, rischio di “perdere l’anima”). Ma questo libro non è per voi neanche se siete scrittori – o aspiranti tali – che sperano di trovare regole e precetti su “come scrivere cosa”, una sorta di prontuario alla stregua di quelli propinati a caro prezzo da inutili scuole di scrittura. E allora perché chiamare un libro Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore (Bollati Boringhieri)? L’autore – Hans Tuzzi, pesudonimo di Adriano Bon, autore di saggi e romanzi gialli – lo spiega con un parallelismo: proprio come tra noi e i bonobo le differenze in termini di dna si quantificano al 2%, così “tra romanzo di genere e alta letteratura vi è in comune assai più di quanto si creda”. Ecco allora che questo manuale colto e divertito diventa un libro su cosa significhi fare letteratura. Quella tale, punto, senza neanche bisogno di aggiungere “di qualità”.  I consigli ci sono, anche se sono quelli che meno ti aspetti: leggere, anzitutto, soprattutto “autori dei secoli passati, meglio se scienziati, artisti, viaggiatori o mercanti”; conoscere davvero la lingua nella quale si scrive (ad esempio sapere cos’è il “trabattello” o il “girabacchino”); rifuggire dai luoghi comuni “persino più che dal lieto fine”; coltivare l’arte di perdere tempo, perché “l’utilitarismo è il solo e vero futilitarismo”, infischiarsene del mercato, evitare di lisciare il pelo al lettore (“scelta che fa di noi dei prosivendoli”). Lo stile, poi, deve essere rigoroso e senza virtuosismi, le parole mai scontate, ma neanche incomprensibili. Occorre “evocare ma non enunciare, suggerire ma non declamare, rappresentare ma non sentenziare, accennare ai sentimenti ma rifuggire dal sentimentalismo”. E poi divertire, appassionare e sorprendere: “In breve essere intelligenti”.

Entrando più nel tecnico, Tuzzi suggerisce di pensare a un buon incipit, che non sia un “misto di letteratura cortigiana e scintillante moderna sintesi pubblicitaria”; di aver ben chiara la struttura del romanzo, ma decidere di deviare dalla scaletta perché “solo gli idioti gli restano fedeli”; di rallegrarsi del blocco dello scrittore, laddove bisogna preoccuparsi se tutto scorre troppo facilmente. Sulle regole del romanzo giallo invece l’autore dice volutamente ben poco: sì, predilige i finali chiusi, ma in generale il consiglio per chi scrive letteratura di genere sta proprio nel rompere la gabbia del genere, perché in definitiva gli autori migliori “non sono quelli di genere, o anti genere, o fuori dai generi, ma quelli che nascono negli interstizi tra un genere e l’altro”. La sintesi di tutto è breve: vuoi scrivere? Devi avere talento. E infine essere convinto che scrivere “è una guerra contro il Tempo che passa troppo veloce”. E la grande letteratura qualcosa “che inventa, ma dice la verità dietro l’apparenza delle cose”, ma soprattutto “non accetta il mondo così com’è, pur sapendosi votata alla sconfitta”.

(Pubblicato su Il Fatto quotidiano)

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