Professionisti su Facebook, tanta esibizione, poca deontologia

“Scusate, qualcuno ha visto il mio paziente delle nove e mezza?”. È mattina e uno psicoanalista vuole assolutamente far sapere ai suoi amici di Facebook che la seduta salterà causa latitanza dell’interessato. Poco dopo, è la volta di una psicoterapeuta, la quale senza retropensieri condivide nella sua bacheca “quella meravigliosa sensazione di rilassamento che ti viene il venerdì sapendo che il giorno dopo non avrai pazienti”. E poi c’è l’avvocato che commenta con fare ironico il pessimo vestiario di una sua assistita; o la commercialista che spiffera i redditi di una cliente (sia pure in forma anonima), che dichiara quasi niente ma va in giro col cane di razza. Per non parlare della selva di professori e insegnanti che sparla a destra e sinistra degli studenti sul social di Zuckerberg.

Insomma, se fino a poco tempo fa Facebook toglieva i freni inibitori sulla propria vita privata, oggi è pure quella professionale che viene messa sulla pubblica piazza, con buona pace di ogni deontologia, la quale richiederebbe una privacy militaresca su pazienti e clienti (e forse studenti). In principio, forse, fu la necessità – dettata anche dalla crisi economica – di pubblicizzare la propria attività: una locandina di un convegno, un libro appena uscito. Presto però le bacheche si sono riempite di foto di interviste sui giornali e video di comparsate tv. Ironia vuole che i pazienti/clienti spesso siano amici su Facebook del dottore di turno, subendone il fascino – e l’opprimente narcisismo – senza fare una piega, anzi virando verso il culto della personalità. “Dottoressa è fantastica”, dice una donna alla sua psicologa che si fa vedere appesa a testa in giù per mostrare i benefici di una lezione anti-gravity. “Mitico” “kisses”, “unicoooo”, dicono altri che vedono il proprio avvocato scherzare con la propria dieta – “Mo’ me magno un tavolo” – mentre parte l’adulazione collettiva per ogni articolo o video prontamente promosso. Un tempo vigeva la regola, ad esempio nel caso di uno psicoanalista, secondo la quale non si poteva sapere nulla del terapeuta, pena la caduta della funzione di analista-specchio. Oggi del proprio psicoanalista si conoscono il gatto e il canarino, la moglie e i parenti, lo si vede festeggiare in mutande sulla barca dell’amico, lo si sente commentare quanto i pazienti siano opprimenti e quanto si vorrebbe cambiare lavoro. Certo l’immagine dell’analista di un tempo, che ti prendeva solo se nessuno dei tuoi parenti fino al quarto grado lo avevano mai visto, che intervallava i pazienti per non farli mai incontrare e non rivelava alcuna microparticella di sé anche dopo dieci anni di analisi forse andava un po’ aggiornata. Ma qui si passa da un estremo all’altro. Dal professionista rispettoso in maniera maniacale della privacy propria e altrui, all’esibizione totale di sé. Calano i redditi ma non l’ego, spalmato senza ritegno su decine di post senza che gli Ordini facciano alcunché. Forse perché anch’essi indaffarati, più che occuparsi di deontologia, a curare la loro “community”.

 

 

 

 

 

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