Divorzio, d’ora in poi assegni più bassi per le donne

All’indomani della sentenza della Corte di Cassazione che ha cancellato il parametro del “tenore di vita” in caso di divorzio, rivoluzionando il diritto di famiglia, l’opinione pubblica sulle conseguenze della decisione dei giudici sui coniugi “deboli” che percepiscono l’assegno di mantenimento, nella quasi totalità le donne, è più divisa che mai. Da un lato le associazioni dei padri separati, che esultano per una sentenza che potrebbe mettere fine alla situazione degli uomini che vivono sotto la soglia di povertà (4 milioni per l’associazione Adamo). Dall’altro, alcune associazioni cattoliche, come ad esempio il Forum delle associazioni familiari, che denuncia il rischio che “nel caso di famiglie della media e piccola borghesia, il coniuge debole – ad esempio una moglie che ha dedicato la vita alla famiglia – possa trovarsi in una situazione di povertà”. Ma teme anche parte delle femministe, per le quali saranno colpite quelle donne senza lavoro o con un lavoro precario – la maggioranza in Italia – insieme alle intellettuali che da sempre si occupano di donne, come la sociologa Chiara Saraceno, secondo cui “il tenore di vita è frutto di un lavoro comune, e perciò dire, quando un matrimonio finisce, che tutto questo non conta, perché ci si è sposate da ‘libere ed eguali’, è un’ipocrisia”.

Di fronte a queste critiche, però, gli avvocati matrimonialisti si schierano compatti a favore della nuova interpretazione della Corte. “La sentenza non abolisce l’assegno di mantenimento, ma cambia i parametri di individuazione sia delle condizioni per avere l’assegno, sia per la sua quantificazione”, spiega l’avvocata familiarista e docente universitaria Andrea Catizone. In pratica, “mentre prima il coniuge forte doveva versare un assegno che consentisse a quello debole di mantenere lo stesso tenore di vita, oggi che il matrimonio si basa sugli affetti se il legame viene a mancare non bisogna più tenere in piedi anche un obbligo patrimoniale. In realtà è una sentenza femminista, perché in un certo senso non è dignitoso per una donna dipendere dall’uomo. D’altronde, si tratta dello stesso principio applicato ai figli: non è giusto che vengano mantenuti a vita se hanno la possibilità di lavorare o un qualche tipo di reddito”. Facciamo qualche esempio, tenendo presente che i giudici continueranno a valutare quattro parametri: “il possesso di redditi, i cespiti patrimoniali, le capacità e le possibilità effettive di trovare un lavoro e la stabile disponibilità di una casa di abitazione”. Il primo caso, il più eclatante, è quello di due ricchissimi, “industriale importantissimo lui, proprietaria di alberghi lei”, con un assegno di 30.000 euro al mese versato alla donna. “L’uomo potrà chiedere la revisione della situazione”. Altro caso, quello di due coniugi giovani e senza figli, entrambi ingegneri. Lui ha un contratto a tempo indeterminato e guadagna 2.200 euro, lei è una ricercatrice a tempo determinato e ne prende 1.200. “Prima”, spiega, “avrebbe avuto diritto a un piccolo assegno di mantenimento, con la nuova linea giurisprudenziale no, e neanche alla casa se questa è di lui”. Ancora: un alto dirigente che guadagna 6.000 euro al mese, mentre lei è casa con i bambini. Certamente mentre prima l’assegno sarebbe stato più alto, il nuovo si ridurrà a una cifra “che consenta una vita adeguata”. Ma è proprio questa definizione a essere contestata (gli stessi avvocati ammettono che si tratta di un aspetto oscuro), visto che è poco chiaro cosa significhi una vita adeguata, così come quale sia la soglia che definisce l’indipendenza economica che priva dell’assegno. “Eppure solo in apparenza è una decisione contro le donne”, insiste Valentina La Porta, avvocata esperta in diritto di famiglia. “La sentenza si adegua a un contesto sociale mutato, quello che io vedo ogni giorno: padri ridotti sul lastrico, che non possono rifarsi una famiglia, che finiscono alla Caritas. Pensi che 600 euro è la quota di sopravvivenza stabilita oggi per chi versa l’assegno, non ci paghi neanche una stanza. Ma, ripeto, una donna che ha 60 anni ed è sempre stata a casa non rischia di perdere l’assegno, diversamente da una trentenne che è stata sposata pochi anni”. Quali saranno gli effetti della nuova linea interpretativa e quali le fasce più colpite (o interessate)? Secondo gli avvocati matrimonialisti, “aumenteranno i divorzi ma anche i matrimoni” (e soprattutto, ovviamente, le richieste di revisione dell’assegno). A subire le conseguenze – negative o positive – saranno soprattutto le fasce alte, e poi del ceto medio-alto e forse anche medio. Alle donne spetterà l’onere della prova per avere l’assegno, ma quand’anche lo prendessero sarà più basso, tanto da obbligarle a una vita radicalmente diversa. D’altronde lo stesso era valso finora per i padri. In sintesi è una guerra tra poveri, dove il grande assente è lo Stato, visto che non esiste reddito minimo, né assegno contro la povertà, né tutele speciali per chi si separa. E dove, quindi, se uno diventa meno straccione, costringe l’altro, in questo caso la donna, ad essere più tale.

(Pubblicato su Il Fatto quotidiano)

 

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