Disney corre ai ripari: contro Netflix arriva Andi Mack

Quando gli indici d’ascolto sono apparsi sullo schermo, Gary Marsh, presidente mondiale di Disney Channel, ha fatto un salto sulla sedia. I dati Nielsen di qualche settimana fa indicavano un meno 18 per cento di spettatori tra i bambini dai 2 agli 11 anni rispetto al febbraio del 2016. Un crollo verticale, che racconta di una migrazione in massa dei nuovi teen ager, sempre più precoci e sempre più in cerca di prodotti che possano rispecchiarli, verso canali come Netflix – giudicata assai più “cool” – oppure You Tube. Che Netflix faccia molta paura lo ha ammesso anche Robert A. Iger, amministratore delegato Disney, che durante l’ultima conferenza con gli analisti dell’industria ha ricondotto i bassi indici di ascolto alla proliferazione di canali su Netflix, ma soprattutto all’avvitamento su se stesso di Disney Channel.

Per fortuna Gary Marsh ha un asso nella manica, che spera funzioni per invertire la tendenza. Si chiama Andi Mack, è un comedy drama che esordirà il sette aprile e la sua trama è decisamente lontana dalle tipiche sit come dei canali Disney, storie di adolescenti maghetti e variopinte famigliole, condite da demenziali risate di sottofondo. Qui, invece, la nonna di Andi – l’esordiente Peyton Elisabeth Lee, un’anticonformista teen ager dai tratti asiatici, i capelli corti e i denti un po’ storti – ha fatto credere alla nipote che Bex sia la sua sorella grande, e non sua madre. Un segreto che tiene viva la suspense, come gli episodi di vita scolastica di Andi, estremamente veri, e le sue storie sentimentali, dove si affaccia, inevitabilmente, il sesso. Ma le novità stanno anche nel modo di girare: basta interni soffocanti e assurde camerette adolescenziali viola e rosa. Le scene sono girate soprattutto in esterno, per dare più spazio al mondo reale. La storia si sviluppa in un’intera stagione e i personaggi sono pensati per essere convincenti e autentici. La nascita di Andi Mack l’ha raccontata qualche giorno fa il “New York Times”. Era il 2015 e Gary Marsh, intuendo la catastrofe incombente, aveva convocato la sceneggiatrice Terri Minsky per un pranzo di lavoro. Già nel 2001 Minsky, autrice tra l’altro di numerosi episodi di Sex and the City, aveva creato per Disney Channel la sitcom di successo Lizzie McGuire, 2,3 milioni di spettatori per episodio. Questa volta, però, più di dieci anni dopo, la sfida era più grande, proprio perché i ragazzini, colpa di una pubertà sempre più precoce (“age compression”), sono radicalmente cambiati e sempre più affamati di autenticità. Così, a sostare di fronte a sit com Disney come Best Friends Whenever, storia di due teen ager che possono viaggiare nel tempo, o Liv and Maddie, le gemelline una chic l’altra sportiva, sono sempre più bambini piccoli, mentre i teen ager veri e propri si sono spostati su altri lidi. Per Disney la soluzione del problema non era facile: horror e sesso sono banditi, ma c’era la necessità, ha spiegato sempre al “New York Times” Gary Marsh, di “storie che contino, che abbiano a che fare con questioni complesse, che siano emozionanti, ragionate e lunghe, che colpiscano alla pancia”. La trama di Andi Mack, nata – spiega la Minsky – leggendo un articolo sulla vita di Jack Nicholson, che a quarant’anni ha scoperto che la donna che credeva sua sorella era invece sua madre, è una di quelle che può funzionare. Marsh ha sottolineato naturalmente, per rassicurare i genitori, che Andi Mack è stato scritto in modo rispettoso dell’età, grazie a consulenti del National Campaign to Prevent Teen and Unplanned Pregnancy. E Minsky ha puntualizzato: “Non spiegheremo certo come nascono i bambini, ma al tempo stesso non possiamo assicurare che il sesso non sarà sfiorato, perché parliamo di parecchie cose”. I primi commenti alla prima puntata – messa in onda sui canali web Disney e non – sembrano confermare che l’obiettivo del programma, quello di raccontare la “vita vera”, è stato centrato. Ma per molti la serie è giudicata troppo adulta per Disney Channel, mentre alcune mamme raccontano di frastornati bambini dai 6 ai 12 anni, “troppo grandi per Disney Junior com’era, non grandi abbastanza per questo prodotto”. Ma allora cosa fare, dare ai ragazzini prematuri prodotti sempre più “adultizzati”, magari ben fatti ma pur sempre troppo veri, o lasciarli annoiare davanti a fiction più infantili, banali ma innocue? Per un’azienda che vede gli indici d’ascolto andare in picchiata la soluzione è obbligata. Per i genitori che ogni giorno si trovano di fronte a questo dilemma, purtroppo, un po’ meno.

 

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