Rilanciare la poesia? Basterebbe leggerne una prima del tg

«Ho visto di tutto: scrittori, insegnanti, avvocati, operai, studenti, suore di clausura e persino carcerati. D’altronde i poeti hanno sempre un secondo lavoro, altrimenti morirebbero di fame». Nicola Crocetti è il fondatore di una delle poche case editrici “pure” di poesia – Crocetti editore, appunto – ma è anche l’editore della rivista “Poesia”, un piccolo miracolo editoriale che ancora riesce a vendere quasi 20.000 copie. Eppure è scettico sul futuro della poesia – “la comprano solo i poeti” – e ancor più sugli aspiranti poeti, “ripiegati su se stessi, sui propri amori finiti male, incapaci di fare poesia civile”. “Ormai gli autori hanno settanta, ottant’anni, ci vorrebbe un ricambio generazionale”, incalza Michelangelo Camelliti, fondatore di Lieto Colle editore e “cartolibraio per sopravvivere”. Sembra difficile dar loro torto nel giorno in cui si celebra la Giornata Mondiale della Poesia: gli ultimi dati disponibili dell’Associazione Italiana Editori (i nuovi arriveranno in aprile) parlano di 527.000 libri di poesia venduti nel 2014, oltre il 20% in meno rispetto al 2009, per un fatturato di 6.248.128 euro, pari allo 0,59% del mercato. Anche i poeti più noti, inoltre, continuano a vendere sulle 1.000, 1.500 copie di media, “giusto per pagare la carta”, nota Elido Fazi, un editore che continua a pubblicare poesia ma con parsimonia (autori come Valentino Zeichen, morto a luglio scorso in povertà, ma anche Claudio Damiani e Antonella Anedda). I grandi editori, invece, hanno ormai rinunciato da tempo a pubblicare versi – resiste eroicamente la collana “Specchio” di Mondadori e la “Serie Bianca” di Einaudi – e quando lo fanno spesso si tratta di autori già noti per romanzi o saggi, come Aldo Nove, Michele Mari, Erri De Luca; oppure di ristampe dei classici, da Neruda a Eliot, da Szymborska a Rilke. Specchio della crisi anche i premi letterari, che al solito premiano editori e amici, “pensi che Valentino Zeichen non è riuscito neanche a entrare in finale a Viareggio”, commenta sarcastico Fazi.

Ma l’Italia è davvero destinata ad essere un paese, tra l’altro, di poeti, però marginali e snobbati dai lettori? “Noi italiani siamo passati in soli cinquant’anni dall’aratro allo smartphone, senza il momento intermedio del libro”, spiega il poeta Paolo Febbraro, che nella storica scarsa capacità di lettura degli italiani vede una delle ragioni delle crisi. In molti invece puntano il dito contro la scuola, dove al massimo si arriva a Montale e “dove si perde presto il contatto fisico con la poesia”, come spiega Anna Maria Farabbi, che ha tra l’altro ideato, con la casa editrice Terra d’Ulivi, una collana collana di poesia per bambini, Talamimamma (“Non filastrocche, attenzione, una poesia alta, ma con un registro accessibile, su temi importanti, e versi non edulcorati”). Come tanti altri colleghi, anche Farabbi sostiene la necessità che la poesia “scenda in piazza, nei supermercati, nei luoghi di tutti i giorni”. Ma ci vuole un sostegno, quello che non arriva, dai mass media. “Perché la poesia non vende? Perché nessuno sa proporla nel modo giusto in tv e alla radio. Eppure basterebbe leggere una bella poesia al giorno, prima o dopo il tg, per cambiare tutto”, ragiona il poeta Silvio Raffo, mentre Maurizio Cucchi, da trent’anni editore e responsabile della collana Mondadori, si definisce “scioccato” di come i giornali trattino la poesia oggi, rispetto a un tempo.

La crisi, comunque, ha generato esperimenti poetici innovativi: si va dalla poesia “partecipata”, un crowdfunding per sostenere raccolte di autori (organizzato dal sito “Interno Poesia”), ai cosiddetti “poetry slam”, gare di poesia organizzate in taverne e centri sociali; dai festival come Pordenone legge, che ospita anche la poesia, agli eventi organizzati in teatri e auditorium, che danno sempre il tutto esaurito. E poi, ovviamente, c’è la contaminazione con i social media, sulla quale però i pareri si scontrano. “Quello dei social network mi sembra un circuito chiuso autoreferenziale, un luogo dove si è trasferito quel sottobosco di autori dilettanti che c’è sempre stato ma che qui trova chi lo applaude”, dice Cucchi, critico anche verso i poetry slam (“intrattenimento, cabaret”). “La poesia ha bisogno di tempi lenti e poi si rischia il copia incolla forsennato”, aggiunge Camelliti. Più indulgente Franco Arminio, che ha venduto 5000 copie in un mese con Cedi la strada agli alberi (Chiare Lettere):“C’è chi mi legge sul blog e chi mi compra. L’importante è farsi capire, la gente già sta male, bisogna fare battaglie sui temi civili, territorio, ecologia, sud”. Per non parlare, poi, di Guido Catalano, autore di poesie facili e ironiche, pubblicate sui suoi social network o stampate sui gadget – ciabatte, magliette – in vendita sul suo sito. Riempie i locali con i suoi live, ma vende anche libri, per Rizzoli: l’ultimo, Ogni volta che mi baci muore un nazista, elogiato da Michela Murgia, è ben piazzato in classifica. Infine c’è chi usa anche Instagram per parlare di amore, perdita, trauma, guarigione e femminilità, come l’artista e poetessa Rupi Kaur, un milione di follower. Una sua foto di una donna distesa con la tuta macchiata di sangue mestruale fu rimossa dal social network, che poi si scusò e la ripristinò. Oggi il suo libro di poesie, Milk and Honey (tre60editore) è stato appena pubblicato in Italia: un equilibrio di versi e disegni sul tema del corpo femminile che non solo colpisce alla pancia, alla testa e al cuore ma che riesce a vendere in tutto il mondo. Testimoniando che quello di essere marginali non è, per i poeti, l’unico destino.

 

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