«Ho insegnato Pilates alle donne palestinesi»

“Alla prima lezione si sono presentate con il classico abito nero lungo fino ai piedi e la testa coperta. Mi ricordo che ho balbettato ‘avevo detto abiti comodi..’. E loro: ‘No, wait, wait’. Si sono tolte l’abito e sotto erano vestite tutte in tuta e maglietta, con colori sgargianti. Da lì è nato subito un rapporto diretto, incredibile ”. Claudia Landolfi, fisico magro e capelli ricci biondi, è una giovane insegnante di Pilates, che nel 2013 decide di volare in Palestina. “Volevo andare in un territorio di crisi, fare un’esperienza diretta”. Arrivata sul posto, visita i campi rifugiati di Askar Camp e Balata Camp, che si trovano nell’area del West Bank, e scopre che esistono alcuni centri culturali – gestiti interamente da donne – dove si svolgono diverse attività, anche per i bambini. Le viene subito in mente il Pilates: “Volevo lavorare con le donne, focalizzandomi su un’attività apparentemente lontana dalla loro quotidianità, ma che allo stesso tempo partisse da un linguaggio universalmente riconoscibile: il corpo”.

Così Claudia si reca dai rappresentanti delle ong arabe che gestiscono i centri e propone loro di fare un corso in entrambi i campi. La risposta è positiva e così quella delle donne, che arrivano a decine per fare un’ora di occidentalissimo Pilates, in un buffo mix di arabo, inglese e gesti, visto che Claudia non parla arabo e loro non parlano quasi per nulla inglese. “Non c’era timore o diffidenza”, racconta, “ma estrema curiosità e voglia di provare. La maggior parte erano ragazze dai venti ai trenta, quasi tutte sposate con tantissimi figli. Ricordo che una di loro, giovanissima, mi ripeteva in continuazione che voleva un corpo come il mio, poi ho scoperto che aveva sette figli”. Quello che Claudia nota subito è che in queste donne manca qualsiasi consapevolezza del proprio corpo: “Non sapevano quello che stavano facendo, i movimenti erano meccanici, non avevano nessuna educazione al rapporto con questa parte di sé. E neanche al nesso tra movimento e benessere fisico. Il che non vuol dire che non avessero un loro modo di essere sensuali. E anche ironiche. Una volta dissi loro di mettersi in ginocchio: me le sono ritrovate tutte a pregare, mentre io dicevo: “not pray, not pray!”. Si sono messe a ridere, era uno scherzo. Poi si incoraggiavano a vicenda, anzi a volte qualcuna rimproverava chi non ci metteva abbastanza impegno”. Con sorpresa, Claudia scopre che queste donne sono super informate, “hanno quasi tutte la televisione, hanno tutte un profilo su Facebook, “dove però non mettono foto proprie, ma cuori (tantissimi), mani di bambini intrecciate e foto simili”. E tuttavia sono donne che, vivendo in una sorta di continua pressione e oppressione, dopo tanti anni di Intifada e di coprifuoco, hanno progressivamente assimilato la nozione di confine come una sorta di esperienza anche interiore, psichica. “Questo era evidente nel modo in cui facevano Pilates, dove anche il corpo si trasformava in un confine. Io volevo invece che diventasse quel mezzo attraverso il quale superare una storia segnata, sia psicologicamente che fisicamente, dal senso di una barriera costante.  Ho provato a insegnare loro a riappropriarsene in maniera nuova, a viverlo come una forma di libertà, di apertura.  E il Pilates era l’esperienza giusta, perché è un tipo di esercizio che coinvolge in uno scambio continuo la mente come tramite per raggiungere il corpo”.

Alla fine del corso, racconta Claudia, erano tutte dispiaciute: “La traduttrice, una ragazza semicieca, piangeva e molte di loro mi hanno scritto e mi continuano a scrivere su Facebook. Ho veramente amato la loro volontà di superarsi in un approccio fisico tanto distante e così oltre il loro mondo”.  Di quell’esperienza Claudia ricorda altre cose. La famiglia che l’ha ospitata “e il pianto della madre quando sono partita, dopo averle regalato quel profumo che era un suo grande desiderio”. E poi quella domanda che, col senno di poi, avrebbe voluto non fare, a una donna il cui figlio diciassettenne si era fatto esplodere davanti a un supermercato dove sostava un pullman di soldati israeliani. “Le chiesi: ‘Ma lei sapeva cosa stava andando a fare suo figlio?’ e lei mi diede una risposta che non scorderò: ‘Ma tu pensi che una madre può davvero lasciare andare suo figlio se sa che va a farsi esplodere?”.

(foto Claudia Landolfi)

Rispondi