La rivolta delle ballerine: «Vogliamo danzare ancora»

 “Ho danzato il mio ultimo spettacolo senza sapere che sarebbe stato l’ultimo, capisce? Quello che mi è accaduto ha dell’inverosimile: tre anni fa, insieme a buona parte del corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, 24 ballerini, sono stata licenziata in pochi giorni, senza alcun preavviso: motivo? A neanche 47 anni ero vicina all’età pensionabile, anche se fino a quel punto buona parte  delle mie colleghe erano andate in pensione a 52”. Laura Disegni parla con foga e passione, si sente che appendere le scarpette al chiodo è stata per lei – che a 44 anni faceva “quattro atti del Lago dei cigni” – una sofferenza indicibile. Eppure oggi è un giorno felice, visto che la Cassazione ha inoltrato alla Corte dell’Unione Europea di Lussemburgo il suo ricorso, e quello di altre cinque colleghe, che si ritengono discriminate da una normativa che, mentre impone alle ballerine di andare in pensione a 47 anni, consente ai ballerini maschi di restare sul palco fino a 52. “Davvero assurdo”, spiega Laura, insieme alla collega Maria Badini, “c’è chi a 30 non ce la fa più e chi come noi non avrebbe mai smesso. Alcuni ci hanno accusato di essere privilegiate. Ma questo lavoro non è come gli altri, ti dà una gioia impagabile, è la nostra vita, la nostra identità, se ce la togli è come se ci uccidessi”.

Ma torniamo al 2014, quando arriva a Roma, appoggiato dal sindaco Marino, il Sovrintendente Carlo Fuortes. Fino a quella data, a regolare l’età pensionabile dei ballerini era stata prima una legge del 1997, che la fissava a 47 per le donne e 52 per gli uomini – incorrendo però in alcune sentenze di incostituzionalità – sia una successiva legge del 2010, che allo stesso modo consentiva alle donne di arrivare fino a 47 e agli uomini fino a 52: normativa che, appunto, ha spinto la Cassazione a chiedere l’intervento del giudice europeo per una possibile violazione del principio comunitario di “non discriminazione in base alle sesso”. In pratica sarà l’Europa a decidere se queste artiste hanno ragione o meno nel non voler essere costrette a una pensione anticipata e non voluta. Per ragioni di passione, dicono a gran voce tutte, ma anche per il rischio concreto di ritrovarsi con assegni miserabili. Fino alla Sovrintendenza di Catello De Martino, tuttavia – prima cioè dell’arrivo di Fuortes – le donne avevano sempre potuto esercitare l’opzione prevista dall’art. 42 del Contratto collettivo per i Dipendenti delle Fondazioni lirico-sinfoniche, che consentiva alle lavoratrici, anche se in possesso dei requisiti per la pensione, di optare per continuare a lavorare fino ai limiti di età previsti per gli uomini. In pratica ogni anno era possibile, per le artiste, chiedere un rinvio.  Invece alle ballerine licenziate in tronco dalla Fondazione – “neanche il tempo di fare la borsa e togliere le nostre cose, né quello per elaborare il lutto” – tutto questo non è stato consentito. “Ci hanno mandato via con arroganza, invitandoci a fare causa se volevamo”, racconta Catia Passeri, un’altra delle sei che hanno fatto ricorso. “La lettera di licenziamento arrivò l’8 marzo, stavo entrando a fare lezione, la finii tutta mentre dentro di me piangevo. Mi ricordo anche che il 27 marzo del 2014 incontrai Fuortes, che mi chiese se mi sarebbe potuto interessare un posto alla scuola; risposi ovviamente di sì: non l’ho più sentito”.  Oggi, dopo quattro anni di lavoro perso, e 700 euro di pensione, è contenta della decisione della Corte, che ha sospeso la causa fino al responso – anche se non capisce perché “non sia bastata la nostra Costituzione a ribadire la parità tra i sessi. Ora spero che l’esito sia scontato: sarebbe veramente scandaloso se una Corte europea non sancisse che uomo e donna hanno gli stessi diritti”. E cosa farete in caso di vittoria? “I soldi non ci risarciranno mai del dolore di una carriera castrata da qualcuno che non sa niente della sua vita. Ma sarà una soddisfazione per la prepotenza e l’indifferenza umana che ormai è  norma di chi gestisce le aziende. Anche quelle speciali come il Teatro dell’Opera di Roma”.

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