«All’estero ci fanno ponti d’oro, qui ci trattano come usa e getta»

Musicisti, coristi, ballerini, scenografi, sarti, tecnici, amministrativi: domani saranno tutti a Montecitorio a protestare contro il tentativo, messo in atto negli ultimi anni da zelanti sovrintendenti scelti dalla politica e vicini al governo, di liquidare poco a poco i dipendenti delle quattordici Fondazione liriche d’Italia (poco più di cinquemila persone), a favore di artisti “usa e getta”. Scelti per i singoli allestimenti e pagati solo per i giorni di lavoro. Il nemico specifico si chiama legge 160: una normativa, promulgata alla chetichella nell’agosto scorso, che prevede che se una Fondazione lirica non rispetta determinati requisiti, in primo luogo quello di non essere in deficit, può essere declassata a teatro lirico tradizionale (perdendo i contributi del Fus), e anche chiusa a periodi, trasformando il contratto dei lavoratori da tempo pieno a tempo parziale, senza sussidio nei periodi di non lavoro. Tutto ciò, dice la legge, senza che venga riconosciuta alcuna responsabilità agli organi direttivi.

 

C’è stato già un primo caso, quello della Fondazione lirica di Verona, dove il sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma, Carlo Fuortes, è stato mandato per operare un commissariamento e mandare a casa i dipendenti per due mesi. L’altro incubo per questi lavoratori che ormai si sentono sotto assedio si chiama legge Bray del 2013: circa 100 milioni per ripianare i debiti delle Fondazioni, che hanno partecipato in massa, finendo per prendere ciascuna poche briciole. Peccato che la condizione per avere i fondi fosse quella di raggiungere il pareggio di bilancio prima nel 2016, poi nel 2018, pena la liquidazione amministrativa. «Siamo ancora tutti dentro la legge», dice oggi un musicista del Teatro dell’Opera di Roma, «perciò non sappiamo cosa succederà. Di sicuro sappiamo che Franceschini sostiene che 14 Fondazioni liriche in Italia sono troppe (ce ne sono tante solo a Berlino, per non parlare di Vienna): il loro obiettivo è lasciare solo La Scala per la lirica e Santa Cecilia per la sinfonica, riducendo gli altri a teatri di tradizione. Alla faccia del diritto alla cultura di tutti».

Emblematica in questo senso è la vicenda del Teatro dell’Opera di Roma. Tre anni fa ci fu uno scontro frontale, che finì sui giornali, tra il Cda del Teatro e i dipendenti del coro e dell’orchestra, licenziati in tronco (con la benedizione del sindaco Marino), con l’accusa di essere dei privilegiati. «Anche se noi viviamo di fondi pubblici», spiega ancora il musicista, «utilizzarono la legge 223, che si applica alle aziende private, per dismettere un intero ramo di azienda. Ma accusarci dell’aumento dei costi, noi che guadagniamo dai 1800 ai 2200 euro al mese, è ingiusto: il problema, oltre al taglio progressivo e drastico dei fondi del Fus, sono i costi degli allestimenti, sui quali abbiamo chiesto, invano, trasparenza». Il licenziamento fu ritirato solo dopo la rinuncia dei lavoratori a una parte cospicua delle indennità. Ma la tensione tra lavoratori, alcuni dei quali sono ormai migrati all’estero, e dirigenti continua anche oggi. «Chi si oppone viene perseguitato con provvedimenti disciplinari di ogni tipo. Il loro intento è rendere i Teatri dell’opera dei contenitori vuoti in cui mettere persone a contratto, sfruttabili e gestibili a piacimento. Lavorare così sta diventando impossibile. E pensare che nel mondo impazziscono per noi e per la nostra musica». L’altro problema che i lavoratori denunciano è la riduzione dei costi a senso unico. «Mentre ci riducono le indennità aumentano le spese per loro. Noi abbiamo messo 90.000 euro sul piatto e loro cosa ci hanno fatto? Hanno assunto per la stessa cifra un secondo, inutile, direttore artistico» (per inciso: sul sito dell’Opera di Roma ci sono tutti gli stipendi, tranne quello di Carlo Fuortes: perché?). La manifestazione di domani, comunque, non avrà coperture politiche. «Sui Cinque stelle, che pure erano gli unici dalla nostra parte, non possiamo contare: come racconta la cronaca, sono troppo impegnati a sopravvivere».

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