Se muori non ti cancello

Si comincia col nonno scomparso, che qualche anno prima di morire aveva comprato il suo primo cellulare: troppo dolore cancellarlo dalla rubrica, in fondo che male c’è a lasciarlo lì, è come se ci facesse ancora compagnia. Si prosegue con la conoscente morta di malattia, amica su Facebook e compagna quotidiana, anche se a pensarci bene non l’avevate mai incontrata. A maggior ragione non ha senso cancellarla, anzi ogni tanto andate sul suo profilo e guardate le sue foto, sembra così bella, così luminosa, quasi come se fosse ancora viva. Si finisce con la persona veramente cara, una madre, un fratello, qualcuno la cui scomparsa fa un male pazzesco: con la stessa cura con cui si conservano tutti gli oggetti usati – persino la cartina dell’ultima caramella – così si proteggono anche tutti i luoghi virtuali che la persona scomparsa ha “calpestato”.

I siti visitati, le email inviate, i suoi profili, i suoi ultimi post su Facebook, il suo blog. “Byte” preziosi, come una ciocca di capelli o un anello. Il fenomeno è diffusissimo, tanto che basta fare un piccolo sondaggio tra parenti e amici per sentirsi rispondere: “Io non cancello proprio nessuno”, “Io no, le tengo, fanno parte della mia vita!”, “Quando morirò anche io vorrei che non mi annullassero”. Qualcuno si spinge a cancellare dai social, ma solo perché “non sopporto ricevere notifiche dalla pagina di un compianto”. Insomma i morti, col web, ritornano nelle case, diversamente da quando si allontanavano dalle città in cimiteri fuori porta. Grazie all’immortalità dei dati, poi, anche gli scomparsi diventano in qualche modo eterni, immarcescibili. Di per sé il fenomeno potrebbe essere anche un problema. Infatti, spiega il professore di Informatica giuridica all’Università di Milano Giovanni Ziccardi, che di “morte digitale” si occupa da tempo (sta chiudendo un saggio in uscita ad aprile, Il libro digitale dei morti, Utet), “anche se esiste un diritto all’oblio, sancito dalla Corte di Giustizia Europea e anche se alcune società, ad esempio negli Usa, ti permettono di preparare una lista dei beni digitali da cancellare post mortem, di fatto si può agire solo sui dati di cui si ha il controllo, una piccola parte”. E poi soprattutto c’è il rischio, per chi è ancora in vita, di finire dritti nella patologia, specie quando si continua a dialogare con chi non c’è più, “proprio come quelle vedove che si chiudevano in casa dopo la morte del marito”. Rimozione del lutto, la chiamano banalmente psicoterapeuti di ogni scuola. Ma si potrebbe dire anche il contrario, e cioè che cancellare con pronto zelo può essere ugualmente un modo per evitare il dolore. E allora, se questa curiosa convivenza di vivi e morti, che tiene insieme anche il dialogo tra generazioni, fosse qualcosa di buono? E se anche quella digitale fosse una nuova forma di eternità, che male c’è? Sarà poco illuministico, ma è illusorio pensare che possiamo vivere senza sperare in una qualche forma di sopravvivenza dopo la fine. Forse questa è quella che la nostra epoca ci ha assegnato.

 

 

 

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