Addio a Massimo Fagioli, psicoanalista controverso (ma molto amato)

 Quarantun’anni di sedute pubbliche quattro volte a settimana, gratuite o meglio pagate secondo possibilità, per interpretare i sogni di alcune tra le centinaia di persone presenti. Con parole calme e sofisticate, e qualche intercalare greve, e un look decisamente anti-ortodosso, bretelle colorate, cravatte improbabili, camicie e sciarpe rosse. Il colore della sua passione politica: “Chi è sano non può che essere di sinistra, radicale e atea”, sosteneva, tanto da litigare con l’ultimo Bertinotti, quello virato verso il cattolicesimo. Il medico e psichiatra anticonformista Massimo Fagioli è scomparso a Roma, all’età di 86 anni. Sono in lutto i suoi seguaci, i “fagiolini”:  “In questo momento ho solo tanti flash, ricordi…”, racconta Ingrid, capelli corti biondi, “ho partecipato all’analisi collettiva a Trastevere a Roma, per tanti anni…Posso solo dire che il suo pensiero è rivoluzionario, nuovo”. “Mi dispiace, sintetizzare e semplificare svilirebbe la sua immagine, la portata della sua geniale e rivoluzionaria ricerca sulla identità umana e la sua metodologia di cura della malattia mentale”, dice la giovane Nadila.

Molti di loro oggi si rifiutano di parlare per non svalutare il pensiero del loro “guru” – anche se parecchi contesterebbero questa definizione – l’uomo che ha cambiato radicalmente la loro esistenza. Ma Massimo Fagioli, ventitré libri all’attivo, era un personaggio che spaccava: fu cacciato dalla Società Italiana di Psicoanalisi per le sue critiche a Freud, definite senza mezzi termini “fregnacce”, anche se chi lo difende sostiene che quell’espulsione fu “un  fregio, più che un’onta”, come afferma Matteo Fago, editore di Left e delle edizioni Asino D’Oro, con le quali Fagioli ha pubblicato quasi tutti i suoi libri. Fagioli è stato inoltre tutta la vita messo sotto accusa da giornalisti e psicoanalisti di area liberal, soprattutto del gruppo Repubblica, come Luciana Sica a Stefania Rossini. Chi si era affacciato alle sue sedute aveva parlato di identificazione col capo carismatico, un classico della psicologia delle masse. “Falsità”, ribatte Fago. “E poi pettegolezzi, storie stupide, come quella secondo cui avrebbe plagiato Bellocchio per il suo Il diavolo in corpo” o la presunta apologia di stupro per la sceneggiatura de La condanna”. Storico fu lo scontro interno al settimanale Left, quando la direzione volle la sua rubrica Trasformazione, tenuta fino a pochi giorni fa, e ci fu lo scontro, durissimo, con Giulietto Chiesa e alcune dimissioni. Proprio ieri sul sito di Left si leggevano queste parole: “Left oggi perde il suo più grande interlocutore. Oggi la perdita sovrasta ogni altra sensazione, ma nel tempo vi diremo e vi racconteremo perché e quando un uomo solo decise che tutto quello che studiava non funzionava. Non curava. Semmai ‘ammalava’ le persone”. Ma chi era davvero Massimo Fagioli, l’uomo dalle migliaia di discepoli, autore della quadrilogia Teoria della nascita? L’elemento fondamentale della sua teoria era l’analisi del pensiero non cosciente che si esprime per immagini ma, a differenza di Jung, senza archetipi prefissati. Diversamente da Freud, credeva, ottimisticamente, che l’inconscio fosse conoscibile e quindi trasformabile. Lontano da psicoanalisti come Recalcati, non utilizzava mai il termine “male assoluto”, ma “malattia”, definita sempre una pulsione di annullamento, un eliminare il rapporto con l’altro. “È sempre stato attaccato per questa visione secondo cui gli esseri umani sono naturalmente sani, ma possono diventare distruttivi, però anche profondamente felici”, continua Fago. “Per questo è stato accostato ai peggiori personaggi, addirittura a Verdiglione, un truffatore. Un gettar fango continuo”. Il tempo forse restituirà un’immagine più oggettiva dello psichiatra marchigiano. Intanto una cosa è certa: sabato prossimo, alle 10, in via Roma 23 a Trastevere, dove per quasi mezzo secolo Fagioli ha tenuto i seminari di Analisi Collettiva, sarà assai difficile – per la sicura e massiccia partecipazione di chi lo seguiva- non solo entrare, ma persino avvicinarsi, per dargli un ultimo saluto.

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