Il mondo deve ancora sapere

Dieci anni fa era una telefonista a progetto pagata 230 euri lordi al mese e 6 per ogni appuntamento che fosse riuscita a prendere per convincere ignare casalinghe ad acquistare l’avveniristico aspirapolvere Kirby. Quell’esperienza divenne un libro dal titolo perfetto, Il mondo deve sapere, allora edito da Isbn, poi uno spettacolo teatrale e un film riuscito (Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì). Oggi che la sua autrice, Michela Murgia, ha scritto romanzi e saggi di successo – come Accabadora, Ave Mary, Chirù – il libro riesce, con lo stesso titolo, per Einaudi. «Rileggere le pagine che scrissi allora», scrive Murgia nella nuova prefazione, «può strapparmi forse un misero compiacimento per la capacità che avevo di ridere davanti al baratro, ma nulla di più di questo, perché nel frattempo non ha smesso di essere vero che la mia generazione, insieme a pensione, diritti e stabilità, in quegli scantinati invisibili della politica si è persa, giorno dopo giorno, anche il futuro».

 

Dieci anni fa il call center era considerato simbolo dell’assenza di tutele. Oggi è un miraggio, e un dramma quando lo si perde (vedi caso Almaviva).

È accaduto quello che era logico accadesse quando lasci una biglia scorrere su un piano inclinato senza fermarne la caduta: chi entra oggi nel mondo del lavoro non si aspetta più neppure la metà di quello che si aspettavano i trentenni del 2000. Parliamo ad esempio del Jobs Act: provinciale persino nel nome, non è una soluzione ma la definitiva resa alla polverizzazione e al deprezzamento del lavoro.

Quali scrittori raccontarono in quegli anni la precarizzazione del lavoro e della vita?

Nove scrisse “Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese”, Bajani il suo “Mi spezzo ma non m’impiego” e Incorvaia e Rimassa pubblicarono quel “Generazione mille euro” che oggi a rileggerlo ti fa desiderare di tornare indietro per prenderli ancora, quei mille euro.

 

E quali sono invece gli autori che oggi meglio descrivono, e denunciano, la società?

Tutte le narrazioni sono sociali, anche I love shopping di Kinsella. Comunque Mazzariol in Mio fratello insegue i dinosauri, Chiara Valerio in Storia umana della matematica, Giorgio Vasta in Absolutely Nothing o Mario Desiati in Candore fanno narrazione sociale, ma solo nella misura in cui è politico l’occhio che li legge. La domanda vera infatti non è se gli scrittori che lavorano sulle urgenze del presente esistano ancora, ma se importi ancora a qualcuno che ne esistano. Un autore che vendesse anche un milione di copie influenzerebbe comunque meno persone di quante ne influenzi lo spot di un detersivo in tv a mezza mattina e questo era vero anche dieci anni fa: di precariato scrivemmo in molti, ma questo non impedì comunque alle cose che denunciavamo di continuare ad accadere imperterrite.

 

Quindi il racconto non serve per cambiare le cose? Ad esempio non abbiamo bisogno di intellettuali che facciano sentire la loro voce?

Io mi interrogherei di più sulla natura di un popolo che per reagire avesse bisogno di farsi motivare politicamente dai suoi romanzieri. Per me scrivere libri è uno dei molti modi in cui faccio militanza politica Per questo provo solidarietà per chi ha scritto un romanzo e si sente chiamare a pontificare su qualunque cosa, pena l’essere considerato manchevole di senso civico.

 

Lei veste anche i panni televisivi della stroncatrice (in Quante Storie su Raitre), ruolo ormai scomparso, visto che gli scrittori sono in preda al conformismo e al reciproco “petting”.

Sembra strano perché nelle stanze chiuse si finisce sempre per accoppiarsi tra consanguinei e quello letterario è un mondo molto autoriferito, dove tutti si identificano con quello che fanno. Se bisogna scegliere tra la verità e l’amicizia non è così strano che qualcuno preferisca la seconda.

 

Cosa pensa dei premi letterari e dello Strega?

Quello che penso dello Strega è nella risposta precedente.

 

Qualcosa sulla politica gliela vorrei chiedere. Come vede il Pd, oggi?

La natura socialmente borghese ed economicamente destroide delle politiche del Pd prescinde totalmente dal numero di persone di sinistra che lo vota o vi è iscritto.

 

E sul M5S? Può esistere un populismo democratico?

Non credo esista un populismo “sano”, perché il populismo non si fonda su una visione complessa del mondo, ma solo sui bisogni elementari dei singoli – ridotti da classe a massa – e sulle paure di non vederli soddisfatti. Dal punto di vista narrativo è una fiaba politica semplificata che raggiunge percentuali elevate solo nei contesti socialmente infantili, infragiliti economicamente e culturalmente. Proprio come l’Italia. Personalmente già non vedo la differenza tra promesse come: “un milione di posti di lavoro”, “80 euro al mese” o “staremmo meglio uscendo dall’euro”.

 

E Trump?

Tifo impeachment.

 

Da ultimo: su che sta lavorando in questo periodo? 

Sto finendo un romanzo che uscirà a fine anno e studiando per interpretare Grazia Deledda su un testo di Marcello Fois che debutterà in autunno per la regia di Veronica Cruciani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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