Spiegare la Shoah ai bambini: finali buoni o verità?

C’è chi sceglie di non far riferimento alla “Storia”, ma di utilizzare una fantasiosa analogia per raccontare la prepotenza nazista: è il caso de La Misteriosa scomparsa degli Aghi e delle Spille dalla Bottega dei Fili di Nuvoletta gentile, di Paolo Valentini e Chiara Abastanotti (Becco Giallo), dove un laboratorio di abiti da sposa viene sconvolto da un arrogante generale coi baffi che decide di bruciare – una metafora dei forni crematori – aghi e spille. E c’è chi invece, e si tratta della maggior parte degli autori che cercano un equilibrio tra testo e immagini per raccontare la Shoah ai più piccoli, prende un frammento di realtà storica – gli anni prima della guerra, oppure i campi – e lo fa interagire con un protagonista, quasi sempre un bambino. A volte il finale è drammatico: è il caso, ad esempio, de L’albero di Anne, di Irène Coehn-Janca e Maurizio A.C. Quarello (Orecchio Acerbo), la storia di un vecchio ippocastano che assiste all’arresto – soldati di schiena, manganelli alzati, stivali lucidi che scendono da una macchina – di una bambina sempre china a scrivere, Anna Frank, e ammutolisce per sempre. Un finale tragico è anche quello di Ho sognato la cioccolata di Trudi Birger (Battello a Vapore), dove una ragazzine chiusa in un campo rifiuta di salvarsi per non abbandonare la madre. Più spesso, però, la fine della storia è lieve o all’insegna della speranza. È quanto accade, ad esempio, ne La storia di Vera, di Gabriele Clima (San Paolo), dove la protagonista è Vera, che nel lager cerca invano di salvare la sorella malata, ma riesce, sognando ogni notte di donare un pezzetto di cuore alle SS, a far scomparire i nazisti. Oppure ne La portinaia Apollonia, di Lia Levi (Orecchio Acerbo), dove un bambino viene salvato dal rastrellamento grazie all’intervento di una portinaia che lui credeva una strega (il dramma è affidato invece ai disegni, ad esempio una inquietante macchia grigia con tante teste simili a lupi e svastiche luccicanti in evidenza). Un finale “leggero”, accompagnato questa volta dai disegni colorati di Giulia Orecchio, è quello de L’Albero della memoria. La Shoah raccontata ai bambini, di Anna e Michele Sarfatti (Mondadori). La storia è quella di un ragazzo ebreo, Samuele, che si salva rifugiandosi in campagna dai nonni di un’amica, anche se i genitori vengono arrestati (ma la loro sorte rimane in sospeso).

Ma è giusto non dire ai bambini tutta la verità, in particolare quella dello sterminio? Risponde Anna Sarfatti, scrittrice per bambini: “Per quanto riguarda il nostro libro, non è poco sopportare per il bambino lettore che Sami, espulso da scuola, si ritrovi nella sua casa distrutta e senza notizie dei suoi. Ci sembrava di non poterci spingere oltre: pensiamo che la speranza attivi le risorse, la disperazione le annulli”. “Bisogna ricordare poi”, aggiunge, “che lo sterminio è l’ultima parte di dodici anni di persecuzione. Spesso, la loro sete di sapere si accontenta di piccole risposte, non serve il quadro generale. Insomma, accompagnarli gradualmente non è un tradimento”. Un’opinione diversa è invece quella della filosofa Francesca Recchia Luciani, autrice di un libro edito dal Melangolo, La Shoah spiegata ai ragazzi: cento pagine asciutte di fatti, senza censure e con un’appendice illustrativa. “Raccontare la Shoah ai bambini in età troppo prematura obbliga a un’edulcorazione del racconto, con finali che cedono alla favola (vedi La Vita è bella o Il bambino col pigiama a righe), oppure cancellano i fatti nella loro brutalità. Ma il rischio di incappare in stereotipi sulla Shoah è molto alto anche quando si parla ai ragazzi: per questo, oltre a girare nelle scuole, insegno al Corso di storia didattica della Shoah, per aiutare i professori a non cadere nei cliché (sul tema ho pubblicato, con altri, il libro “Pop Shoah”): la vulgata su Anna Frank, di cui ci si scorda la morte atroce, la retorica dei giusti – una goccia nel deserto – l’insistenza su Auschwitz, usato come immagine di ogni tipo di male, Hitler come il prototipo di cattivo (e allora Trump come Hitler, etc).” Ma l’istituzione della Giornata della Memoria è stata positiva? “Certo, prima non si arrivava neanche a studiare la guerra, il problema è che spesso non si sa come celebrarla, si usa il solito film, l’ultima pubblicazione – ormai a gennaio l’editoria sforna titoli e titoli sul tema – ma l’unica cosa che serve davvero è lo studio dei fatti. Per evitare sia la banalizzazione, sia la sacralizzazione dello sterminio: due facce sbagliate di una stessa medaglia”.

 

Pubblicato su Il Fatto quotidiano

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