Gli scrittori? I nuovi poveri

Il più emblematico è senz’altro Jack London, che, tra mille strampalati mestieri, fece anche il fiociniere su baleniere dell’artico. Ma anche Lawrence d’Arabia fu scaricatore di carboniere e trasportatore di cammelli, mentre Colette dovette aprire un Istituto di bellezza e George Orwell finì a fare il lavapiatti e il barbone. E se Balzac viveva in perenne fuga dai suoi creditori, Antoine de Saint-Exupéry era pieno di debiti: insomma, la massima “carmina non dant panem” è stata quanto mai vera nella storia, e tanto più nel Novecento. Stranamente, però, tendiamo a pensare che questo avventuroso barcamenarsi per scrivere appartenga al passato, e che oggi gli scrittori facciano, tutto sommato, un lavoro poco faticoso e molto remunerativo. Nulla di più sbagliato. Come una recente e approfondita indagine della Federazione Unitaria Italiana Scrittori (a cura di Giovanni Prattichizzo) ha cercato di spiegare nel silenzio generale, “gli scrittori di oggi sono i nuovi poveri”. Uomini e donne senza sicurezza di entrate, né rete di protezione sociale, costretti in stragrande maggioranza – il 62,2% – a svolgere un’altra occupazione per sbarcare il lunario, senza che ciò significhi che coloro che scrivono a tempo pieno – il 37,8% – ne ricavino un reddito sufficiente a mantenersi (in soldoni vuol dire che quasi l’intero campione, il 96,5%, non riesce a vivere dei soli guadagni da scrittore). Si tratta, magra consolazione, di una tendenza mondiale, visto che la percentuale di scrittori full time è scesa dal 40% del 2005 a un misero 11% del 2013. Eppure di tutto ciò si sa poco in Italia, a causa della tendenza a sovrapporre dati di vendita, indici di lettura e fatturati degli editori con la condizione degli scrittori. In realtà, anche se le vendite migliorano un po’, come è accaduto per la prima volta nel 2015, la situazione degli autori, nel paese dove si pubblicano in media 164 libri al giorno, resta sempre critica. Come ha dichiarato Marie Sellier, presidente della Société des Gens de Lettres, “gli scrittori hanno un riconoscimento sociale molto forte, ma i loro conti correnti sono quasi vuoti”. Diversamente non potrebbe essere: in Italia, infatti, il 59,8% del campione non guadagna nulla dalla scrittura dei libri, pur dedicandovi tra il 60% e il 74% del tempo disponibile. Chi invece guadagna resta comunque sotto i 15.000 euro annui (57,9%), in buona compagnia con scrittori stranieri, ad esempio quelli inglesi, il cui reddito medio è di 11.000 sterline. E non si tratta di un problema di qualità, visto che, come ha dichiarato al “Guardian” James Smythe, “puoi scrivere il miglior libro del mondo e le vendite possono andare male lo stesso”.

E poi c’è la questione spinosa dei diritti d’autore: appena l’8-10% del prezzo di copertina, poco più se lo scrittore è noto. Non solo: la maggioranza degli editori non dà alcun anticipo (85,4% del campione non l’ha ricevuto), mentre non è raro trovare chi propone contratti per più libri per vincolare lo scrittore, ma soprattutto chi chiede di essere pagato per pubblicare, imponendo all’autore l’acquisto di un alto numero di copie. E non si tratta di piccoli numeri, visto che il 38,2% per cento degli autori ha dichiarato di aver messo mano al portafoglio. Insomma, per guadagnare davvero grazie a un libro bisogna andare oltre la soglia delle 10.000 copie, un obiettivo quasi impossibile nel paese dei non lettori.

Come fare allora per evitare di sprofondare nel Novecento, quando a scrivere erano soprattutto i rentier? Senza dubbio, gli scrittori dovrebbero fare maggior rete (ci sono anche social specifici, come Wattpad, Medium, Meetale, Writer’s blog, Mebook, Penne Matte) e magari far ricorso a un agente (non ce l’ha l’87,6%). Oggi esiste poi l’alternativa del self publishing, con il 70% delle royalty offerte da Amazon: i guadagni sono ancora irrisori, ma la tendenza è in crescita. Proprio come i musicisti che ormai vivono di concerti e non di dischi, bisognerebbe inoltre che gli autori venissero più remunerati ai festival, alle fiere, agli incontri, facendo saltare il perverso ricatto della partecipazione gratuita in cambio di notorietà. Non farebbe male, ancora, un aumento delle royalties, l’obbligo di un anticipo sulle vendite e una maggiore trasparenza da parte degli editori, mentre istituzioni e università dovrebbero fare la loro parte, con borse di studio e sovvenzioni. Altre due misure, infine, sarebbero essenziali: riconoscere agli scrittori sia il contributo sul prestito librario, sia soprattutto quello derivante da copia privata (riproduzione di opere per uso personale). Solo nel 2013 si è trattato di 67,1 milioni di euro, che sono rimasti però nelle mani della Siae senza essere redistribuiti. Un’ulteriore rapina, ai danni degli già squattrinati romanzieri e poeti, che meriterebbe di sicuro un capitolo a parte.

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