Cose da femmine, i libri divisi (ahimè) per genere

unknownSei lì, in libreria, che cerchi tra gli scaffali un libretto per tuo figlio e ti imbatti in una collana di una casa editrice tra le più note e valide – EL edizioni – i cui vari volumetti sono classificati, tramite un bollino di diversi colori, per categorie: “Da ridere”, “Da brivido”, “Animali”, “Magia”, ma anche, pure se l’occhio stenta a crederci, “Cose da femmine”. Cose da femmine? Sfoglio i libretti rosa-marchiati e mi imbatto in storie per lo più di principi e principesse, ma tipo Grimm o Calvino (cioè fiabe universali), con qualche eccezione: un topo che cerca un regalo “raffinato” per un’amica topolina, un’elefantessa che ama la danza e vorrebbe entrare in una scuola di ballo per sole farfalle. Insomma trame adatte a tutti, perché no. Eppure le case editrici, alla faccia delle teorie del gender e seguendo la stessa inclinazione in atto da anni nei giocattoli, tendono sempre più a produrre libri orientati per genere sessuale. Basta una copertina fucsia, come nella serie La scuola di danza del Battello a Vapore, oppure ne La banda delle ragazzine di Giunti, nei libri di MiaandMe di Rizzoli o nelle TeaSisters di Tea Stilton (sempre Piemme).

Ma una “genderizzazione” così spiccata non rischia di indurre prematuramente stereotipi nella testa delle bambine? “In generale trovo ignobile e sbagliato dividere i bambini e le bambine sui libri”, spiega Pierdomenico Baccalario, uno dei più noti romanzieri per bambini e padre di due bambine. “D’altronde”, prosegue, “se fai un libro di danza e lo impacchetti in una copertina rosa con un gruppo di bambine, l’hai praticamente ucciso, nessun maschio lo leggerà. Lo stesso vale per i cavalli: quando ero piccolo li adoravo, ora sembrano solo per femmine”. Un parere un po’ diverso è quello di Lia Celi, scrittrice per adulti e per bambini. “Anche io sono perplessa di fronte a una divisione per età precoce”, dice. “Però mi ricordo che quando ero preadolescente sentivo l’esigenza di qualcosa di rivolto proprio a noi, in mezzo ai vari Verne e Twain, che in ogni caso – ecco forse la differenza – noi ragazzine leggevamo avidamente. Per fortuna c’erano Astrid Lindgren, Christine Nöstlinger, Bianca Pitzorno o una scrittrice dimenticata come Giana Anguissola, autrice di libri dove le protagoniste non erano affatto conformiste”. “Insomma”, prosegue Celi, “abbiamo bisogno di romanzi per ragazzine, ma che non siano cretini”. La spinta a caratterizzare le copertine con colori “femminili” oppure “maschili”, però, è così diffusa che molti editori, specie quelli indipendenti, hanno cominciato a prendere contromisure. Lo ha notato Francesca Tamberlani, giornalista e fondatrice del sito The Milk Book, un vero e proprio osservatorio sulla letteratura per l’infanzia. “I libri pieni di stereotipi esistono: addirittura un editore (Edibimbi) ha fatto due libri con le “paroline” per i maschi e quelle per le femmine, terribile. Quello che riscontro, però, è che negli ultimi anni cominciano, per contrasto, ad apparire – ormai sono tante – storie di principesse coraggiose e audaci che ce la fanno da sole, o di principi timidi e amanti dell’arte. Poi ci sono molti editori indipendenti, come Settenove o Edt, che pubblicano storie pensate esplicitamente per contrastare stereotipi di genere. È vero, a volte c’è il rischio di forzature: mi viene in mente una storia dove c’era una nonna che si comportava da maschio e guidava il trattore. Secondo me, infatti, il problema non è tanto che un bambino preferisca una storia di pirati, ma che legga solo quella. Per colpa, soprattutto, di copertine coi brillantini, che escludono a priori una metà del cielo”.

Pubblicato su Il fatto quotidiano.

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