Christmas Blues, non sono depresso, anzi forse sì

unknownAccavallando le gambe sulla poltrona di pelle, col giornale (ex) progressista ben stretto sotto il braccio, l’intellettuale organico dell’epoca della post-verità annuncia compiaciuto che lui le feste comandate le passerà “mille miglia lontano”, per scampare all’obbligo della felicità natalizia; oppure, nel caso resti, farà “esattamente le stesse cose” (ad esempio lavorare sull’ennesimo libro senza pubblico), per evitare la pantomima dell’allegria familiare da celebrazioni obbligate.  Quello che l’intellettuale nostrano non sa, però, è che ormai “anche il rifiuto triste e stizzoso dell’obbligo della gioia programmata delle feste è diventato un anti-conformismo risaputo come le feste stesse”. Per dirla meglio: pure “il cinismo facile di chi non ci tiene a festeggiare è divenuto altrettanto risaputo quanto il consumismo di chi si precipita a festeggiare”. A scriverlo in un articolo dedicato al Christmas Blues e pubblicato sulla rivista on line “State of Mind”,  è uno psicoterapeuta, Giovanni Maria Ruggiero, docente della Sigmund Freud University e della Scuola di specializzazione in Psicoterapia Cognitiva Studi Cognitivi.

Per fortuna, gli snobboni  “che stanno lì a farci sapere che a loro il Natale mette tristezza e che odiano sentirsi obbligati a festeggiare diradano anch’essi”: in breve, stando almeno alle sue percezioni personali, sono in rapida decrescita. Intendiamoci: secondo Ruggiero la depressione dell’umore durante le feste esiste, non è solo un “mood” esistenziale, ma ne soffre solo chi è già depresso e affetto da disturbo affettivo stagionale, che a Natale si accentua,  spingendolo ad abboffarsi e dormire a oltranza, oltre che arrabbiarsi e piangere di più. Gli altri, invece, sono grosso modo salvi. Se però questa prospettiva non vi convince, visto che non vi considerate depressi ma la sola vista della famiglia riunita per la tombola o l’incontro col parente che vorreste dimenticare per sempre vi provoca  un’afflizione incontenibile, potete comunque cambiare esperto. Sì, perché sul Christmas Blues – esiste, non esiste, colpisce chi e come guarire? – gli specialisti non sono per nulla d’accordo, anzi si accapigliano, teoricamente parlando, l’uno con l’altro. “Va bene criticare lo snobismo di chi, tra l’altro fintamente,  ignora la feste”, spiega ad esempio la junghiana Marta Tibaldi, altra scuola, altra visione. “Ma non è vero che la depressione natalizia colpisca solo i depressi. Basta sostituire ‘depressione’ con ‘tristezza’ per capire che, durante le feste, siamo tutti nella stessa barca”. Il problema semmai, è il contrario: siamo obbligati a essere “smart”, maniacali, felici a tutti i costi, come da modello pubblicitario (che continua a farci effetto, pur sapendolo fasullo, visto che i nostri alberi sono tutti uguali); e però il Natale ci porta un’angoscia strutturale, tanto che c’è chi parla addirittura di “post partum natalizio”. “Insomma”, spiega Tibaldi, “è un momento fuori dalla norma, eccezionale, che ci spinge a fare bilanci sulla nostra situazione relazionale e sociale (in pratica: la famiglia, i soldi, ma anche il mondo che ci circonda), e che può portare angoscia, se le cose non sono come avremmo voluto”. Altro che lucine e panettone, le feste sono un momento di discontinuità, aprono una crisi, un vuoto che obbliga a una risposta complessa. Già, ma come? Le tasche sono vuote di simbolismi, il Natale non sappiamo più cosa voglia dire, gli attrezzi culturali sono spariti (grazie anche agli intellettuali di cui all’inizio). E allora tutto si concentra sul vestito o sul cibo, sui consigli da magazine patinato: il prendersi cura di sé con massaggi, bagni caldi rilassanti, un taglio nuovo di capelli o una gita; una corsa all’aria aperta, yoga, cibi con vitamina B. Palliativi, soluzioni farlocche, che non evitano per nulla che “mentre noi festeggiamo come negli anni berlusconiani, l’ansia del terrorista sul mercatino di Natale che ci prende alle spalle, così come la valanga di emozioni rimosse, ci travolgano come un fiume in piena”. E allora altro che il blues, qui si rischia la vera disperazione. A meno di non tentare un’altra strada, quella dell’ironia. “Cercare di vincere la battaglia delle feste è impossibile”, spiega lo scrittore Giuseppe Scaraffia. “Suggerisco allora di comportarsi come un esercito in ritirata contro forze soverchianti, limitando le perdite senza impegnarsi in confronti diretti. Insomma, partecipare passivamente, osservando le feste di Natale proprio come un antropologo osserverebbe la festa di una tribù primitiva”. Non è detto che funzioni, ma di sicuro è meglio dell’indifferenza (simulata) o del maniacale furore da celebrazione.Pubblicato su Il fatto quotidiano.

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