App, tutta un’altra vita (al museo)

unknownA farlo entrare nel museo è stato – vero cavallo di Troia – il Metropolitan Museum of Art di New York, quando cinque anni fa decise di gettare la spugna sul divieto ai visitatori di entrare col telefonino. Una volta dentro, conseguenza naturale è stata usarlo per sostituire le autoguide, apparecchi preistorici che costavano ulteriori file e soldi. Ma la fase dello smartphone puntato sui quadri per avere informazioni appare ormai quasi antidiluviana. Le nuove app dei musei del mondo, scaricabili sul telefonino di chi entra, non si limitano a replicare vecchi servizi, ma ne inventano di nuovi. E la maggior parte di essi va in direzione della “augmented reality”: esperimenti di realtà virtuale, cacce al tesoro digitali, quadri che prendono vita sullo schermo, informazioni che “piovono” sul visitatore mano mano che si sposta per il museo. Esperienze che arricchiscono o impoveriscono?

Sicuramente, guardare com’era esattamente il Partenone migliaia di anni fa (al British Museum), o provare a stare dentro la scena di un naufragio (al Singapore Asian Civilisation Museum) è più trascinante che leggere un oscuro pannello di fronte a rovine mute. Allo stesso modo, è più attraente guardare in 3D, sempre grazie a una app, i reperti del Phra Nakhon Khiri National Museum in Tailandia piuttosto che osservarli al di là di una stanca vetrinetta. Addirittura il British Museum, il Met e il National Museum of African American History and Culture fanno scaricare ai visitatori le specifiche per poter ricreare a casa i manufatti del museo in 3D. Ma anche quando si limitano a dare informazioni, le nuove app lo fanno in maniera del tutto insolita. Ad esempio, se sei al Louvre e rischi di perderti, permettono di calcolare, grazie alla geolocalizzazione del visitatore, la strada tra la Gioconda di da Vinci e Il ratto della medusa di Géricault (ma anche la toilette: è My Visit to Louvre, la app del Louvre). Oppure danno spiegazioni curiose – come la app Explorer dell’ American Museum of Natural History, che spiega tra le altre cose quello che tutti si chiedono, ossia come l’enorme sequoia del museo sia riuscita a entrare per la porta – o creano percorsi “ironici e strani” all’interno del museo, come ha fatto il Moma di San Francisco. Che nella sua app ha inserito, tra gli altri, il “This is Not an Artwork Tour”, uno spazio sonoro in cui famosi attori e comici dibattono sull’orinatoio di Duchamp. E poi c’è l’esperimento del The Brooklyn Museum, che si è inventato un’app attraverso la quale i visitatori possono porre domande via chat e avere risposte in tempo reale da sette ricercatori “al di là del muro” (sembra che l’anonimato spinga le persone a chiedere notizie sui dettagli più stravaganti). Fin qui, insomma, esperienze nuove e nel segno dell’apprendimento perché, dicono gli esperti, le app vanno bene se offrono qualcosa di nuovo. Ma che dire, ad esempio, se questo nuovo è un elefante rosa che esce da un vecchio capolavoro alla Gemäldegalerie di Berlino grazie alla Refrakt App, che consente di far emergere il dettaglio di un quadro antico (come un elefante, appunto, o un teschio in versione celeste pop)? O dell’esperimento del Royal Ontario Museum, che proietta immagini di dinosauri animati che seguono il visitatore lungo delle gallerie? E poi ci sono le caccie al tesoro nel museo, sempre digitali. Le fa il Toledo Museum of Art, grazie alla TMAPP: gli animali escono dall’opera d’arte e scappano, lasciando indizi per i visitatori. Ma anche il National Museum of Singapore, dove l’app Story of The Forest serve a catturare animali proiettati con il laser, all’interno di un contesto magico di petali di pioggia e alberi che spuntano quando il visitatore si avvicina. Non solo: pur di avvicinare il pubblico giovane, i musei hanno deciso anche di aprire le porte ai Pokemon, nonostante la polemica sulla caccia agli animaletti gialli nell’Holocaust Memorial Museum: lo fanno il MoMA, il Philadelphia Museum of Art, il Getty, il Whitney, con tanto di Pokéstop piazzati all’entrata ma anche dentro le gallerie.

Il confine tra l’utile e il dilettevole, insomma, è labile, anche se nell’arte una divisione netta non c’è mai stata. Ma ancor più labile sta diventando il confine tra arte reale e arte virtuale: non solo gli artisti usano sempre di più pixel, algoritmi, stampe di 3D, giochi di luci per alterare la prospettiva. Ma soprattutto le app sono sempre più create anche per chi al museo non ci mette piede: è questo il senso del Google Art Project, che oltre a rendere la visita di decine di musei un’esperienza multimediale (si possono cercare, ad esempio, tutte le opere dello stesso colore), consente – attraverso la Arts & Culture app – un tour virtuale completo di 20 musei e siti del mondo. È probabile allora che in futuro ci saranno visite ed esibizioni soltanto digitali. O forse resteranno i musei, ma con opere d’arte che si muoveranno attorno al visitatore, mutando a seconda dei luoghi. E anche le persone, e i loro smartphone, diventeranno in qualche modo parte dell’opera.

 

Pubblicato sul Fatto quotidiano

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