Depressi e abbandonati (dai like)

unknownLo avevano capito bene fin dall’inizio i giovani volponi milionari, fondatori dei social media da miliardi di utenti: il mondo è cambiato, noi siamo cambiati, esseri dalla psiche fragile e dal narcisismo ipersviluppato. Non a caso su Facebook non esiste il “dislike” (una parvenza di spirito critico), non a caso sempre su Facebook, quando si rimuove una persona dagli amici, quest’ultima non riceve alcuna notifica: idea geniale per non caricare sulle gracili spalle del rimosso un rifiuto, letteralmente la perdita di un “seguace”, che oggi non si è più in grado di sopportare. D’altronde è come smettere silenziosamente di telefonare a un amico, con stile e senza troppo clamore, invece di telefonargli e urlare nella cornetta “Non ti chiamerò mai più!”. Così si comporta anche Twitter – basta un clic su “Smetti di seguire” e il colpito non saprà nulla, a meno di avere un numero di follower minore delle dita di una mano – e così pure Instagram. Ma solo in teoria. Malauguratamente, qualche genio del software ha pensato bene di creare delle app che consentono di compiere operazioni autolesioniste, specie per chi ai social affida spericolatamente la propria identità (cioè la maggioranza di noi, come anche la serie Black Mirror ha magistralmente raccontato): ossia la possibilità di scovare chi ti ha “unfollowato”, decidendo che non farai più parte della sua vita “sociale”, con tutte le conseguenze psicologiche del caso. Who Deleted me on Facebook, ad esempio, è un’applicazione, scaricata da centinaia di migliaia di persone, che consente di scoprire chi vi ha cancellato sul social di Zuckerberg (come anche www.nonpiùamico.it, Chi ti elimina da Facebook?, Iwazafriend). Stesso servizio, ma per Twitter, offrono Who.unfollowed.me, Friendorfollow e Qwitter, mentre Justunfollow.com e Unfollowgram (tre milioni di utenti) sono alcuni siti-app disponibili per Instagram.

Ma a chi giova questa caccia agli attentatori della nostra stabilità emotiva? Secondo Patricia Garcia, una nota giornalista di “Vogue”, proprio a nessuno. Garcia racconta come durante l’ultima Fashion Week il suo account Instagram fosse letteralmente invaso di “foto sfocate delle passerelle, inutili scatti di dopo party, e mucchi di inviti”. Di qui la decisione di procedere con l’approccio “Marie Kondo” (autrice del vendutissimo Il magico potere del riordino) e cancellare, tra gli altri, “il brand che postava senza sosta, la celebrità in cerca della foto perfetta e gli amici degli amici”. Il giorno dopo la “purga” digitale viene a sapere che uno dei “rimossi”, proprio grazie ad una delle apposite app, si era offeso moltissimo, pur avendo interagito con lei pochissime volte. La gente è stupida, commentava, “scarica app che portano cattive notizie quando vive l’essere rimosso come un ceffone in faccia reale”. Proprio così. In un articolo ironico su “BuzzFeed”, lo scrittore Joe Berkowitz, a sua volta colpito da rimozione, ammette che “sarà pure melodrammatico, ma essere rimossi equivale a essere abbandonati e passare attraverso i cinque stadi del lutto: negazione (“il mio telefono è strano”); rabbia (“Cosa!!!”), negoziazione (“Posso cambiare”), depressione (“Vorrei potermi autorimuovere”), accettazione (“Ti ricordi quando eri solito seguirmi? #tvb). D’altronde “con i social media ormai comunichiamo, organizziamo eventi, condividiamo foto e sentimenti: ovvio che essere rimossi equivalga a una vera e propria esclusione sociale”, spiega la psicologa Sara Buglass, una delle varie esperte che sul web fornisce consigli e psico-tutorial per aiutare chi ha subito l’urticante esonero digitale.

Per fortuna, però, c’è anche chi la pensa diversamente. Quelli che scuotono il rimosso –troppa autopromozione, troppi post o tweet, zero personalità, spamming forsennato? – quelli che, come l’imprenditrice digitale Melyssa Griffin, spiegano ai poco lucidi colpiti che, banalmente, è meglio una piccola comunità di appassionati, e un account non generico ma specifico, che un profilo dove ci sia dentro di tutto. Infine quelli che, vivaddio, elogiano la “gioia dell’unfollowing”, “qualcosa che tutti dovrebbero provare”, come scrive anche il giornalista Charlie Warzel su “Buzz Feed”, raccontando di aver cancellato in un solo pomeriggio i suoi 1893 account seguiti su Twitter (“persone non essenziali, marchi, celebrità, notizie di organizzazioni, account stupidamente parodistici”). La conseguenza? Una sensazione di meraviglioso isolamento totale. “Ho cancellato i miei feed e mi sento benissimo. Ora, è tempo di ricominciare”.

 

Pubblica su Il fatto quotidiano.

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