Mi rifaccio per assomigliare al mio avatar (e fare il selfie perfetto)

unknownNon arrivano più portando il ritaglio di giornale con le immagini dell’attrice preferita, chiedendo di intervenire per assomigliarle il più possibile. Oggi dal chirurgo plastico le ragazze, anzi ragazzine, arrivano solo con un telefonino. Dentro, i propri selfie, quelli più riusciti, ma soprattutto quelli manipolati da filtri e app che rendono visi e corpi perfetti. È quell’immagine che vogliono diventare, è in quell’avatar che vogliono trasformarsi. Il ritorno al reale è solo un brevissimo lasso di tempo, dove ci sono siringhe, cannule, dolore, sangue, poi ci si ritrova di nuovo nel virtuale, per mostrare al mondo dei social il risultato della propria trasformazione: il selfie perfetto, non più manipolato ma “vero”.  È questa nuova tendenza – quella della chirurgia estetica funzionale a Instagram e a Facebook – che viene intercettata e raccontata da Beatrice Borromeo nel documentario Selfie Surgery, di cui è regista e sceneggiatrice, prodotto dalla Freemantle e in onda stasera su Sky Atlantic HD per la serie “I racconti del reale” (ogni domenica alle 23.15).

Le parole a commento delle immagini sono poche, asciutte. Si spiega che è una tendenza in crescita impetuosa, specie tra le diciotto-venticinquenni, e che, come molte mode, arriva dall’America, dove a ricorrere al chirurgo sono 16 milioni di persone, una su tre proprio per ottenere il selfie perfetto. Questo nuovo fenomeno ha portato anche alla nascita di nuove figure professionali, come le “cosmetic surgery advisor”, donne quasi sempre ritoccate anch’esse che suggeriscono dove intervenire e, sempre tramite app sul telefonino, simulano gli interventi. Interventi costosi che sono quasi sempre famiglie a pagare, nonostante nessuna di queste ragazze abbia bisogno di ritocchi. Quasi sempre, infatti, la voglia di operarsi non fa fronte a un disagio o a un complesso, ma a un semplice sfizio da soddisfare. Virginia e Jessika, due bionde ragazze romane che si rifanno volto e seno, raccontano che “per noi la chirurgia è come andare dal parrucchiere”. Poi c’è Flaminia, che si lascia scolpire il viso dai filler a soli 22 anni e si sottopone a una pesante liposcultura su gambe perfette (“la gente mi chiede se quella in foto è mia sorella, allora certo che mi viene voglia di rifarmi tutta. Io come faccio a farmi le foto così e a venire figa uguale?”). Lodovica, che stravolge un seno “bellissimo” a detta dello stesso chirurgo. Infine Marta, che abita in un paesino della Sardegna, e ha trovato il chirurgo che si occuperà della sua rinoplastica su Instagram: “Quando ho dei dubbi guardo le mie foto di profilo, così mi passano”.

Le immagini – che si soffermano tanto sul disagio psicologico quanto sul dolore dei corpi, che vengono tagliati, bucati, gonfiati – riescono a creare, insieme alla musica, un senso di angosciata incredulità.  Quella dello spettatore che guarda questo mondo dal di fuori, e vorrebbe portarle via, impedire interventi che cambieranno per sempre i loro volti e le loro identità, sottrarle dalle mani di chirurghi che in teoria spiegano che le possibilità della medicina “sono diverse da quelle della tecnologia”, ma in pratica operano anche quando non è necessario, persino spingendo le ragazze a fare di più. E poi ci sono le famiglie, appunto. Dal documentario si capisce bene che in alcuni casi a spingere sono proprio loro – alle sorelle romane il padre regala interventi come doni di compleanno e si accerta che vadano in ufficio con i tacchi – oppure, nella maggior parte dei casi, non sono capaci di opporsi. Madri bambine come quella di Flaminia, contraddittorie, confuse, che alternano sprazzi di lucidità (“Dovrei farmelo io il botox”, “Ti ho partorito bella”, “È troppo, troppo”) a una subalternità completa, dove ciò che conta è che la figlia sia felice.

Ma pur senza assumere nessun tono moralistico, il documentario lascia intendere che proprio la felicità resta un miraggio. Quel che si ottiene è al massimo una momentanea leggerezza, o un po’ di euforia nel poter esibire per la prima volta il decolleté nuovo. Ma in definitiva resta lo stesso disagio di prima, gravato anche dal dolore fisico e dalla perdita di identità di chi, guardandosi allo specchio, vede cicatrici e fa fatica a riconoscersi. E c’è anche chi finisce per diventare dipendente dalla chirurgia: come la surgery advisor Francesca, proprio lei, che nel finale balla col telefonino dicendo: “Sì, ora faccio la liposcultura, ma che m’importa se mi aspetta un’estate di sofferenza? Poi me ne faccio mille da strafica”. Aspettando la prossima operazione, e quella dopo.

Pubblicato su Il fatto quotidiano.

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