Emoticon? Un’opera d’arte, parola di MOMA

2016-10-26t205508z_389145946_s1aeujgjnwab_rtrmadp_3_usa-new-york-emojis-kiwb-u10901397567464yhg-1024x576lastampa-itPer te, che a cinquant’anni non sai più inviare un semplice “arrivo” o “sono in riunione” senza accompagnarlo da una faccina beata o lacrimosa. Per te, che hai cominciato a mandare un cuoricino al tuo ragazzo, e ora non riesci più a negarlo a nessuno – l’uomo della caldaia, il portiere, la vicina di casa. Per te, che ormai sei perso negli emoticon peggio di tuo figlio, che li usa con una parsimonia a te sconosciuta. Per tutti voi, oggi c’è una buona notizia. Ciò da cui dipendete ormai in maniera cronica non è spazzatura digitale, ma arte. Non solo: il vostro telefono, in realtà, ospita una minuscola collezione di arte moderna.

La notizia l’ha data il New York Times ma è presto rimbalzata in tutti i giornali americani: il mitico MOMA, il Museo di Arte Moderna di New York, ha annunciato di aver acquistato il set originale di 176 emoji, un termine giapponese che unisce «e» (immagine), «mo» (scrittura) e «ji» (carattere), per la sua collezione permanente, da sistemare accanto a Picasso, Pollock, Warhol, Van Gogh.

Ma da dove arriva questo primitivo e universale alfabeto di emoji? La storia l’ha raccontata al magazine di tecnologia The Verge il suo inventore, il giapponese Shigetaka Kurita, spiegando che il destinatario degli emoji, per i quali ricevette molti rifiuti, non era il telefono ma il più utilizzato – nei lontani anni Novanta – cercapersone (quello dei medici di ER, per intenderci). Kurita, ispirandosi all’universo dei manga, creò con carta e penna un insieme di 176 caratteri, di dimensione di 12 pixel x 12, che coprissero lo spettro delle emozioni umane. Il gestore telefonico NTT DOCOMO, per il quale aveva lavorato, li concepiva però ancora come servizi ai possessori del dispositivo (cui consegnava previsioni del tempo, suggerimenti per ristoranti, bar e negozi meno “freddi” della semplice scrittura). L’azienda non riuscì però a coprire le immagini da copyright, mentre nel frattempo l’interesse era cresciuto: gli emoji crebbero a dismisura tra i vari gestori, finché nel 2010 l’United Consortium li tradusse in un formato standard (il che vuole dire che dalla Francia agli Usa un cuore resta un cuore e un pugno un pugno). Il fenomeno è ovviamente esploso in America, con Apple che nel 2011 integra il suo primo set di emoji per l’Iphone, polemizzando – è una delle tante controversie che riguardano gli emoji – con il simbolino della pistola e decidendo di rimpiazzarlo con una pistola giocattolo verde. Ma gli emoji sono politicamente corretti e col tempo crescono le facce umane di razze diverse e nuove, e finora assenti, figure professionali femminili.

L’acquisizione del set originario di emoji al MOMA si aggiunge a una crescente collezione di oggetti digitali, incluso il simbolo della chiocciola e una selezione di videogames. Secondo l’entusiasta curatrice del dipartimento di Architettura e Design del museo, Paola Antonelli, l’aggiunta di questi elementi mostra che la “possessione fisica di un oggetto come condizione per una acquisizione non è più necessaria al museo”. Per questo gli emoji, che verranno anche esposti nella lobby in un display che incorpora sia la grafica in 2 D che l’animazione, sono “come degli ideogrammi, modi antichissimi per comunicare, e in questo senso mettono in collegamento i secoli, spaziando dai geroglifici ai manga”. In effetti, a guardarli si ha la sensazione di avere a che fare con i pittogrammi di un’antica civiltà. La classica faccetta sorridente è rappresentata, ad esempio, da una scatola nera rettangolare, la bocca, più due accenti per gli occhi. Molti simboli sono facili da individuare nella loro letteralità, per altri occorre l’aiuto di un vero traduttore.

In ogni caso, ora che gli emoji sono stati dichiarati una forma di arte, potremo usarli con ancora minor pudore di prima. Ma chissà se tra qualche millennio i futuri archeologi, ritrovando la “stele” di Shigetaka Kurita, non ci classifichino come una bizzarra, ed elementare, civiltà: basata ancora sulle immagini e del tutto ignara di scrittura. Forse non sbaglierebbero di troppo.

Pubblicato su Il Fatto quotidiano

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