La rivoluzione? Smettere di infilare le mutande ai nostri preadolescenti

piscina_firenze_bambiniScena numero uno: la madre con le pattine di plastica blu fa avanti e indietro, agitata e sudata, tra il bagno e lo spogliatoio della piscina. Sotto la doccia, una bambina magra e alta di otto o nove anni l’aspetta immobile, le braccia distese lungo i fianchi. La madre si lancia sulla figlia e comincia a lavarla, poi la sciacqua ripetutamente, quindi l’avvolge in un asciugamano e la porta – tenendola per mano! – nell’altra stanza, dove comincia ad asciugarla. La bambina è seduta, la madre ginocchioni per terra le infila i calzini, le mutande, il vestito, poi la porta ad asciugarsi i capelli. Qui le tocca una fatica di Sisifo: districare i lunghi capelli della bambina inerte e poi asciugarli fino a che non siano perfettamente asciutti. Infine, dopo averle messo la giacca, esce carica del borsone da piscina della figlia, che nel frattempo cammina giocando con un cellulare. 

Scena numero due. Una madre tranquilla entra nello spogliatoio della piscina. La segue un bambino di otto-nove anni. La madre dice al bambino:  quello è il tuo borsone, dentro trovi un asciugamano, il sapone e lo shampoo. Vatti a fare la doccia, poi vestiti. Questa è la scheda del phon. Quando hai finito, metti la giacca e mi raggiungi al bar, dove mamma ti aspetta e si riposa un po’.

Inutile dire quali delle due scene è quella che si svolge ogni giorno nelle centinaia di piscine italiane. Chi le frequenta abitualmente sa che è quasi impossibile trovare una madre (o padre) del tipo due, e che anzi la presenza improvvisa di un genitore non prono verso il proprio figlio, e al tempo stesso consapevole di quanto facile e fondamentale sia l’autonomia dei bambini, genererebbe uno sconcerto generale tra i genitori. Che, chissà perché, sono convinti che bambini di sei, otto o dieci anni non siano in grado di lavarsi e vestirsi da soli (in piscina come a casa).  Come non siano capaci di eseguire da soli brevi tragitti – ad esempio quello dalla macchina alla scuola – né tantomeno piccoli compiti che allevierebbero non poco la fatica dei genitori: portare pacchi, apparecchiare la tavola, mettere a posto, fare i compiti da soli. D’altronde, nessuno glielo chiede: alla maggior parte dei genitori di oggi – creatori di famiglie che la psicoanalista Laura Pigozzi, nell’acuto saggio Mio figlio mi adora (Nottetempo) ha chiamato “ombelicali e claustrofile” – appare ovvio che il figlio se ne stia sul divano in attesa di essere chiamato a cena pronta. Quelli che, invece, a un certo punto, realizzano l’assurdo che si compie ogni giorno, e tentano di chiedere ai propri figli di contribuire alla fatica familiare, si scontrano contro un muro di accidia, contrattazioni, richieste di premi in cambio di un aiuto che dovrebbe essere ovvio. E allora non è più chiaro se il problema sia il welfare che manca o la cultura che latita. Di sicuro, se il nido non c’è non si può costruirlo da soli. Ma sulla cultura agire si può, a partire da un gesto rivoluzionario: lasciare che il preadolescente si infili le mutande da solo.

Pubblicato su Il Fatto quotidiano.

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