Susan Sontag: amore, scrittura, dolore

Unknown“Se fossi costretta a scegliere tra i Doors e Dostoevskij, ovviamente sceglierei Dostoevskij. Ma devo proprio scegliere?”. Del tutto priva di senso era la contrapposizione tra cultura “alta” e cultura popolare per Susan Sontag, saggista, romanziera, drammaturga, cineasta e attivista politica, morta nel 2004. In una lunga intervista del 1979 rilasciata a un giornalista della rivista Rolling Stone, e pubblicata integralmente solo oggi (in Italia per il Saggiatore) col titolo Odio sentirmi una vittima. Intervista su amore, dolore e scrittura con Jonathan Cott, Sontag racconta divertita di come il rock and roll le abbia cambiato letteralmente la vita (insieme a un uso moderato dell’erba). “Credo siano stati Bill Haley and the Comets and Chuck Berry a farmi decidere che dovevo divorziare, lasciare il mondo accademico e cominciare una nuova vita”. Sontag lasciò la prestigiosa Columbia University per intraprendere un’esistenza da free lance autonoma, “che comporta molte insicurezze, preoccupazioni, frustrazioni, nonché lunghi periodi di castità”.

Ma più che i dettagli biografici di una vita piena di amicizie e di amori (tra cui quello con la fotografa Annie Leibovitz: Sontag era bisessuale), l’intervista si sofferma soprattutto sulla scrittura e sul compito dell’intellettuale. Il primo dei dualismi che saltano è quello tra pensiero e sentimento, coscienza e sensualità, due facce di un’identica cosa. La vita della mente è una vita “di desiderio, di piena intelligenza e piacere”. In questa riflessione sulla scrittura l’autrice di Sulla fotografia esprime il suo scetticismo verso le metafore, da un lato essenziali al pensiero, dall’altro capaci di renderlo meno limpido e trasparente. Ecco perché Sontag difende la “critica e lo scetticismo verso metafore già ereditate, in modo da sbloccare il pensiero”. Il compito della scrittore – che mai deve rinchiudersi in uno sterile scetticismo – è prestare attenzione al mondo, ma anche assumere una posizione antagonistica e combattiva rispetto ad ogni sorta di falsità: “Penso che ci dovrebbero sempre essere individui indipendenti che si sforzino, di far cadere un paio di teste, di distruggere allucinazioni, falsità e demagogie, di restituire complessità al mondo, contrastando l’inevitabile tendenza alla semplificazione”.

Sincere e vivide sono le immagini di Sontag immersa nella scrittura: nell’intervista racconta di come salti i pasti, dorma pochissimo, soffra di mille dolori, mentre il desiderio sessuale si spegne. “Sono totalmente indisciplinata, e scrivo soltanto a tratti, lunghissimi, intensi, ossessivi”. Quando poi l’opera è finita, viene subito superata da un’altra, magari in contrasto con la precedente: d’altronde, rivela, “la cosa più terribile per me sarebbe accorgermi che sono ancora d’accordo con quello che ho già scritto e detto, perché vorrebbe dire che ho smesso di pensare”.

Nel riflettere sul suo libro Malattia come metafora, Sontag – malata di cancro – smonta ogni possibile interpretazione psicologistica della malattia: “Sono convinta che contrarre una gravissima malattia, è come essere investiti da un’auto, e non credo abbia molto senso domandarsi quale ne sia la causa. Ciò che ha senso è comportarsi nel modo più razionale possibile, cercando il tipo di terapia adeguata e conservando la voglia di vivere davvero”. La malattia, aggiunge, non rende migliori, però aiuta a stabilire con gli altri “una relazione più compassionevole”.

Una buona parte dell’intervista, infine, è dedicata a smontare quelli che secondo l’autrice di Contro l’interpretazione sono perniciosi stereotipi: la polarizzazione giovane/vecchio e maschio/femmina. Atroce ad esempio che i vecchi vivano con un tremendo senso di inferiorità, spiega, quando l’età anagrafica non ha nessuna importanza. Ma Sontag critica anche l’idea che esista una scrittura femminile o maschile e propone un femminismo antisegregazionista – contro le filosofie della differenza che si autoescludono – che è l’unico modo per le donne di avere non solo parità di diritti ma anche di poteri. “Mi piacerebbe che gli uomini fossero un po’ più femminili, e le donne un po’ più maschili”, ammette.

Da ultimo Sontag si sofferma sull’amicizia, sempre erotica anche se non necessariamente sessuale, sull’amore – al quale “viene chiesto sia di essere anarchico, sia di essere il collante che tiene insieme la famiglia” –, sul sesso, un’attività per nulla naturale, “sovradeterminata e sovraccarica di altri valori”. Infine l’ultima riflessione è sul matrimonio: qualcosa che non può durare anni, perché in profonda contraddizione con la possibilità di crescere, cambiare e magare trasferirsi altrove. Il suo, con Philip Rieff, durò otto anni. Dopo, per la ragazzina prodigio che lesse I miserabili a tre anni, fu una vita di passioni umane e intellettuali. Fino alla morte, troppo presto, nel 2004.

Pubblicato su Il Fatto quotidiano.

 

 

 

 

 

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