Fenomenologia della Prova Costume

È diventata una vera e propria categoria dello spirito, qualcosa di moralmente impossibile in_forma_ilpuntodilelloda schivare una volta lasciata Pasqua alle spalle: è la Prova Costume (sì, c’è chi lo scrive in maiuscolo), un collaudo inevitabile e obbligatorio del tutto indipendente dalla reale volontà di frequentare spiagge nei mesi a venire. Prepararsi alla Prova Costume, e provare ansia per il responso, significa infatti essere in sintonia con il tempo, entrare nello spirito giusto, proprio come a Natale è inevitabile l’addobbo scintillante e il pranzo pantagruelico. A farne le spese, però, è il corpo. Oggetto imperfetto per antonomasia, non solo perché mortale ma anche perché dotato di adipe, peli, nei, seni e genitali penduli, si trova a dover corrispondere a uno schema impostogli dall’esterno: perché non è il costume che deve adattarsi al corpo, come il buon senso vorrebbe, ma il corpo che deve adattarsi al costume (essere in “forma”), un vero paradosso. E che costume: a calcolarne la superficie totale, si ottiene giusto una manciata di centimetri, perché è sempre di bikini e dintorni che si parla, chi osa mettere un costume intero viene giudicata antica, stravagante, forse persino malata (neanche le donne vistosamente incinte lo usano più). La Prova Costume, insomma, è un esercizio condiviso e moralmente approvato di sadismo, eppure sono in pochi a rendersene conto. Di sicuro non le riviste femminili, di carta e on line, che ci fanno interi speciali, considerandola (erroneamente) un passaggio ovvio e inaggirabile alla stregua dello scrub post vacanziero, e promettendo di sedare l’angoscia che accomuna a loro dire tutte le donne di fronte al fatidico test. Relativizzando? Macché: suggerendo improbabili e affamanti diete detox, iscrizioni precipitose e tardive alle palestre e soliti unguenti rassodanti e anticellulite da acquistare in quantità. Così che la malcapitata lettrice poco dotata – come circa il novanta per cento della popolazione femminile – di quell’autostima vera che nulla c’entra con la magrezza inizierà quasi certamente un percorso ascetico e mortificante, una rincorsa sfiancante e quasi sempre fallimentare (anche se certo il camerino minuscolo e le luci malmesse non aiutano). Cosa si potrebbe fare per liberare le donne da questo rito feroce? Come renderle consapevoli della barbarie di questa inutile cerimonia data per scontata come il cambio di stagione a settembre? Il femminismo dei Settanta invitava le donne a levarselo, il bikini, figuriamoci farne un metro di giudizio della propria (im)perfezione, come tale è diventato! Ma non è troppo tardi per rimediare: quest’anno, il costume non provatelo affatto. Piuttosto chiedete con nonchalance al vostro lui: caro, l’hai fatta la prova boxer? Lo vedrete strabuzzare gli occhi, attonito. Prendete nota: quella è la giusta reazione a chiunque vi parli dell’argomento, con buona pace di chi si sottomette a masochistiche pratiche; invece di comprare, con semplice intelligenza e spirito di autoprotezione, un costume di una taglia o due in più.

Pubblicato su Il fatto quotidiano.

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