No al Grande Fratello a scuola

UnknownBisognerebbe dire ai genitori ansiosi che affollano il web di petizioni pro telecamere nelle scuole – due su Change.org, dirette al ministro dell’Istruzione e al Garante della privacy, l’altra su Facebook che ha raccolto quasi 50.000 membri – che le telecamere a scuola ci sono già. Ci sono, cioè, quando servono, esattamente come in altri ambiti, ovvero quando arriva una segnalazione (di un dirigente, di un’insegnante, di un genitore) alle forze dell’ordine, che provvedono a istallare telecamere nascoste per svolgere l’indagine: in questo modo, solo negli ultimi mesi, è stata scoperta una decina di episodi di maltrattamenti da Roma a Bologna a Pisa, in alcuni casi con arresti e condanne: statisticamente una cosa minuscola rispetto ai milioni di alunni del nostro paese. A che cosa dovrebbero servire dunque le telecamere fisse durante le ore di lezione? E chi dovrebbe visionare le ore di filmato: le forze dell’ordine? I dirigenti scolastici?

I genitori, magari per poi intervenire su come l’insegnante interroga gli alunni, o l’impostazione con cui spiega una materia? Eppure gli strumenti per sapere cosa accade dentro l’aula ci sono già, solo che costano fatica: mantenere un rapporto stretto con la scuola, andare a parlare spesso con le insegnanti, dialogare (realmente) con i propri figli, seguire il loro percorso educativo, notare gli eventuali segni d’allarme cercando di capire a cosa attribuirli (non per forza agli insegnanti: cominciare da se stessi è buona regola). Ma poi provate a parlarci, con i maestri, per sapere cos’è la scuola oggi e cosa pensano di questa proposta. Vi direbbero che è un’idea folle e non perché si abbia qualcosa da nascondere ma perché è uno strumento che mina la libertà e la professionalità dell’insegnante. Vi direbbero che temono che le telecamere diventino un’arma nelle mani di genitori sempre più agguerriti e sempre meno rispettosi della distanza che ci dovrebbe essere tra le famiglie e la scuola, continuamente calpestata da padri e madri incapaci di sopportare qualsiasi minima frustrazione inferta ai propri figli. Vi inviterebbero poi ad entrare in classe e farvi vedere come una sola maestra deve barcamenarsi con venticinque ragazzini tutti su livelli di apprendimento diverso, di cui almeno cinque avrebbero bisogno di un insegnante di sostegno che non c’è. Vi direbbero che si sentono abbandonati una volta chiusa la porta della classe, ma non sarebbero certo le telecamere a fargli compagnia o ad aiutarli. Servirebbe invece, dicono, un’istituzione che funzionasse meglio, in cui gli insegnanti fossero seriamente valutati e in cui magari ci potesse essere un sostegno proprio per loro, sovraccaricati, stressati e tremendamente – a loro dire – soli.

Inoltre le telecamere a scuola sono il segno di una sfiducia nascosta verso l’istituzione, alla faccia delle belle parole come collaborazione, lavoro insieme etc. “Se ci fosse quel rapporto di fiducia che si proclama a voce non si vede perché richiedere questa forma di spionaggio”, dice un senziente pedagogista, Benedetto Vertecchi. “I genitori di oggi, proni al consumismo più sfrenato, sono davvero in condizioni di esprimere un giudizio su quanto avviene nelle scuole? E poi la scuola serve per socializzare, l’occhio del grande fratello produce desocializzazione perché il genitore che controlla pretende sempre qualcosa, ma queste richieste eliminano l’idea di educazione collettiva che è alla base della scuola”. Ma soprattutto se uno decide di mandare un bambino a scuola accetta l’impostazione di quella scuola, compie cioè una delega che va poi rispettata. Altrimenti può anche optare per l’educazione familiare (home schooling), che esiste ed è prevista dalla legge. Insegnare a casa al proprio infante matematica, italiano, storia e geografia. In bocca al lupo.

Pubblicato su Il fatto quotidiano.

 

Rispondi