La vita vera dopo il calcio

UnknownUn dato di fatto – il mestiere del calciatore finisce quando per gli altri, nel paese dei “bamboccioni”, la vita lavorativa inizia – e una curiosità: che succede nella vite dei calciatori quando il gioco finisce, i riflettori si spengono, la recita del pallone arriva all’ultimo atto? Il giornalista Matteo Cruccu ha indagato oltre cinquanta “vite dopo la vita” di calciatori italiani e poi ha deciso di raccoglierne dieci nel libro Ex. Storia di uomini dopo il calcio (Baldini e Castoldi): “Storie di rabbia e gioie, perdite e ritrovamenti, di battistiane discese e risalite”. Non tutti i destini sono uguali, e neppure le scelte. C’è chi, ad esempio, dice “Questa volta è l’ultima”, come Marco Ballotta, portiere di poche parole, e poi non riesce a smettere , perché la dipendenza dal calcio è più forte; e così a 45 anni – e dopo provato a intraprendere la via della giacca e cravatta dirigenziali, e anche quello di un’azienda specializzata con la geotermia – ha deciso di rimettersi i guanti e ricominciare a fare i balzi, anche se i compagni sono grandi come i suoi nipoti.

E c’è chi invece decide di smettere a soli 29 anni, come Gianni Comandini, dal Cesena al Milan all’Atalanta. Il calciatore che non allisciava i mister, non posava “sorridente nella foto di gruppo a Natale col Presidente davanti al caminetto” ha scelto, come Platini, come Van Basten, di dire basta, andandosene di nascosto. “Eppure sarebbe potuto andare in qualche sceiccato, a svernare nel deserto a suon di diamanti, o a languire in qualche pub di seconda divisione, in Inghilterra”. Invece ha preso una Lonely Planet e una tavola da surf e si è messo a girare il mondo, dimenticandosi di ortopedici, fisioterapisti e allenatori, presidenti, compagni e tifosi. E poi Diego Fuser, che ha 45 anni ha messo su una pista di macchiea telecomandate, il sogno di quando era piccolo. Il suo volto compariva sulle figurine Panini sempre in squadre diverse, le migliori, lo chiamavano l’infaticabile, piaceva a tutti gli allenatori perché non si risparmiava mai, tranne quando diagnosticarono un male incurabile a suo figlio e Diego, spinto dall’amico Lentini, torna al calcio dilettantesco, senza tifosi, né polemiche, né veleni: una terapia per l’anima. Oltre alle piste di macchinine, certo.

Che sia dura sentirsi pensionati, e per di più in provincia, a nemmeno cinquant’anni lo pensa Fernando De Napoli, tormentato ancora da quella semifinale persa con l’Argentina e da quel pezzo di carriera passato in tribuna col ginocchio sfasciato. Ha investito i pochi soldi rimasti in una enoteca, qualche bottiglia selezionata. Ne aveva parecchi, di soldi, ma li ha messi tutti nella Reggiana e si sono volatilizzati. E poi c’è chi da vent’anni si alza nello stesso letto, fa colazione e accompagna la figlia non vedente a scuola: è Osvaldo Bagnoli, uno che ha smesso davvero, “senza fingersi esperto nelle tribune televisive, o chiacchieratore urlato negli studi delle tv di provincia”, anche se il suo telefono ha continuato a squillare. Ancora diverso il destino dell’operaio specializzato Moreno Torricelli: una partita disputata con la Caratese contro la Juventus decide il suo destino, Trapattoni lo sceglie e la sua vita sportiva è tutta in discesa. Fino al 2010, quando l’amatissima moglie muore di un mare incurabile, lasciandogli tre figli, e lui decide di lasciare la carriera di allenatore per ritirarsi in un paesino della Val D’Aosta, perché solo “la montagna, tranquilla e rocciosa, può lenire il dolore”. E poi c’è o’ Animale Pasquale Bruno, collezionista di cartellini rossi, passato al Toro dopo essere stata scaricato dalla Juve, che nella sua seconda vita si occupa di procure, scova talenti nelle serie minori britanniche e li segnala alle società italiane. Ha invece lasciato la sua azienda, la Canon, e la certezza del posto fisso, per inseguire il sogno di fare l’allenatore Alberto Malesani, un “extraterrestre del pallone”, che dopo aver giocato a far l’allenatore per oltre vent’anni, oggi dissoda la terra a coltiva le viti, e produce vini pregiati in una tenuta comprata con i guadagni di una carriera, anche se ogni giorno si chiede: Avrei potuto fare di più?

Non poteva fare di più invece Riccardo Zampagna, quando il padre Ettore muore dopo una vita in fabbrica a causa dell’amianto e lui viene espulso dalla rosa dell’Atalanta perché “un allenatore non ha saputo capire il dolore che si agitava dentro e lo prendeva allo stomaco”. E dire che aveva scelto i neroazzurri in B dopo l’esordio in A “perché a volta è meglio essere eroi di provincia che panchinari arricchiti altrove”. Dopo il calcio per lui c’è una tabaccheria: l’investimento sicuro, i risparmi di una vita normale, “alla fine la vita mi ha dato tutto quello che mi doveva dare”. E, infine, c’è Francesco Flachi, per tutti, agli esordi, il nuovo Baggio, l’arrivo in Sampdoria, poi la squalifica di due anni per cocaina. Ha aperto una paninoteca a Firenze, dove i tifosi arrivano a frotte per farsi una foto con lui. Quelli che non l’hanno mai dimenticato. Francesco pensa che ne è valsa la pena, per “tutta questa gente che poi è quella che tiene in vita il malandato pallone, dato per morto cento volte e poi risorto grazie alla loro passione, al loro entusiasmo”.

Pubblicato su Il fatto quotidiano.

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