L’attore non protagonista, mestiere usurante

bruschetta ok_Layout 1La prima volta da attore non protagonista fu quando all’asilo gli chiesero di fare il pastorello e lui era così emozionato da essere sul punto di fallire, nonostante non dovesse recitare alcuna battuta. Da allora, ha fatto il regista teatrale, diretto teatri stabili – attualmente è direttore artistico del Teatro di Messina – e ha partecipato a circa novanta set tra cinema e televisione (raggiungendo una certa notorietà con Duccio, il direttore della fotografia cocainomane di Boris), ma sempre e solo da attore non protagonista. E proprio in questa veste Ninni Bruschetta ha pubblicato uno spassoso libro, Manuale di sopravvivenza per attori non protagonisti , in cui racconta il mondo della fiction – la “madre” degli attori non protagonisti, che per sopravvivere devono per forza riciclarsi in tv – da un punto di vista inedito: quello di chi si trova a prendere aerei e treni come un forsennato per non perdere nessuna delle proposte fatte per trovarsi magari di fronte a battute irrecitabili e decontestualizzate o a prodotti talmente inconsistenti da svilire il lavoro degli attore e costringerlo a “arrotondare” con fantasia il personaggio. Ma l’attore non protagonista, una condizione tutto sommato non terribile, dice Bruschetta, però stabile (“Se non siete bellissimi o molto raccomandati non farete MAI i protgonisti, e non vincerete mai un premio per attori non protagonisti, che vanno ai protagonisti quando fanno i non protagonisti”) per certi versi comica, che richiede una grande forza d’animo (“Vi troverete ad invidiare il posto fisso del cassiere, del postino, del tassista, di chiunque vi dia l’idea di non dover aspettare che qualcuno lo chiami per lavorare”) deve fronteggiare numerose prove. Ad esempio quella di essere impietosamente tagliati – è successo a Bruschetta con Nanni Moretti, “Ci rimasi malissimo” – , o sopportare l’incubo delle puntate pilota girate a costo zero nella speranza che un funzionario di rete possa valutare il prodotto per istruire un’eventuale pratica di produzione; ma anche l’incontro con il vecchio amico che ti dice sadico: “Ma perché ti fanno sempre morire?” o il sentirsi chiamare “Maestro” non per aver firmato decine di regie teatrali e diretto teatri stabili ma per una battuta di Boris (“Maestro gradisce un po’ di cocaina?”), infine l’incontrare gli attori sul set che se sono poco famosi si lamentano se sono importanti ti parlano del loro prossimo impegno (“Una cosa mia”), per poi alludere ai tuoi presunti fallimenti (“Mi è piaciuto, peccato fosse un prodotto di nicchia”). L’attore non protagonista deve avere una memoria di ferro perché in poche battute deve rappresentare un personaggio a tutto tondo, non deve confondersi (anche se a lui è capitato di interpretare Boris nella fiction Fuoriclasse, ma “per fortuna giravo solamente il cucchiaino in una tazza di caffè e nessuno si accorse di nulla”). Nonostante tutto ciò, essere non protagonisti può avere qualche vantaggio. I vip, infatti, spesso subiscono copioni che gli addossano sulle spalle uno spropositato carico di responsabilità, ma soprattutto sono “stressati da interviste, autografi, fotografie, contratti, inviti in tv e nelle radio, servizi su Vanity Fair e molte altre cose orribili di questo genere”. E poi sono stanchi, e magari quando stanno sul set cercando di concentrarsi su un “copione di merda” arriva l’attore pseudoemergente che gli rompe apertamente le palle. Ma il libro è soprattutto uno sguardo impietoso sulla fiction italiana. “Dopo le saghe mafiose, il terrorismo, il falso patriottismo, dopo aver proposto in tutte le salse le scuole e gli adolescenti, dopo aver decretato il declino dello sceneggiato in costume, dopo i papi, i santi, i preti, dopo gli istant movie non riusciti, fino ad arrivare alla satira della fiction stessa, cos’altro ci potrà essere?”. A parte poche eccezioni, infatti, (tra cui Romanzo Criminale e Gomorra), La fiction italiana si è assunta, nel suo complesso la responsabilità di “restituire una realtà edulcorata, appiattita con eccezioni su un livello basso imposto politicamente allo spettatore medio”. “La maggior parte sembra scritta dai nostri nonni, parlano di valori che non esistono più, sono rivolte a uno spettatore buonista, bigotto, perbenista, ignorante”. Il mondo dello spettacolo, più in generale, è un diffuso sottobosco fatto di funzionari incompetenti, pseudogiornalisti, critici improvvisati, arrampicatori privi di scrupoli, e fantomatici esperti, leccatori di culo dei produttori e, peggio, leccatori di culo degli assistenti dei produttori. I cast vengono scelti in modo surreale: si fanno sempre i soliti tre nomi, quelli che si ricordano, magari perché li si è conosciuti a un ricevimento, o perché gliene hanno parlato i figli o la moglie o semplicemente perché fanno audience. La corrispondenza col personaggio viene del tutto ignorata”. Eppure basterebbe poco: imitare gli americani, “cioè dare spazio a sceneggiature ben scritte, ai registi e agli attori bravi, fare le cose come si deve, ripristinare le vere gerarchie e puntare sulla qualità”. Perché di questo si gioverebbero tutti, e in primo luogo gli attori. Protagonisti o non protagonisti che siano.

Pubblicato sul Fatto quotidiano, marzo 2016.

 

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