Femminicidio, pochi fatti, troppe parole

images«8 marzo? C’è poco da festeggiare, perché le donne continuano a morire. D’altronde l’Italia è il paese dei proclami, ma poco è cambiato con le leggi sul femminicidio e con la mala distribuzione dei finanziamenti da parte del governo Renzi. Pensi che i fondi sono andati anche ai centri per la vita, mentre a chi lavora da decenni sul territorio sono arrivate briciole». Parla con amarezza Nadia Somma, fondatrice e attivista del centro antiviolenza Demetra donne in aiuto di Lugo, che aderisce all’associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. “Di leggi”, prosegue, “ne abbiamo abbastanza, dunque non ce ne servono, come spesso chiedono in molti, di ulteriormente repressive. A non funzionare invece è il sistema di interventi e la rete di istituzioni che dovrebbero intervenire a protezione della donna: inadeguata preparazione e mancanza di competenze da parte di operatori delle forze dell’ordine, del personale dei servizi sociali e a volte anche dei magistrati, da un lato; mancanza di strutture che sostengano le donne nei percorsi di uscita dalla violenza – centri antiviolenza, appunto, e case rifugio – dall’altro. “Secondo una direttiva europea”, continua Somma, “ci dovrebbe essere un posto ogni 7.500 abitanti per le donne maltrattate, quindi noi dovremmo avere circa 6.000 posti: invece ne abbiamo 5-600! Ma il primo passaggio per mettere in sicurezza una donna è allontanarla dalla casa dove il maltrattante può avvicinarla e metterla in una casa rifugio. Se queste mancano la donna viene lasciata sola e spesso muore ammazzata. Ora pensi che ci sono intere regioni, come la Valle d’Aosta e il Molise, senza un centro antiviolenza, o regioni, come la Calabria, che ne hanno appena due”.

Una cosa dunque è chiara: le denunce non sono un elemento che in sé mette a riparo la donna, anche perché spesso l’ordine di allontanamento, che dovrebbe arrivare in due o tre giorni, arriva dopo mesi. “Abbiamo seguito una donna massacrata di pugni a fine giugno, l’ordine di allontanamento è arrivato a ottobre. Per fortuna l’avevamo allontanata noi. Se poi ci si aspetta che con la denuncia l’uomo venga preso e gettato in carcere ci si illude, ci vuole tempo perché venga istituito il processo, spesso con la condizionale non si va neanche dentro”. L’errore, dunque, è continuare a confidare sull’aspetto penale invece che sul sistema di interventi e sulla formazione degli operatori che prendono le denuncia (spesso non sono preparati, a volte chiedono un supplemento di indagine, così i tempi si allungano, a volte non cercano altre testimonianze tanto che molti casi finiscono assurdamente archiviati). Ma le leggi che sono state fatte in questi anni funzionano? “La legge sullo stalking andava fatta, perché gli atti persecutori verso una donna non erano riconosciuti come una fattispecie specifica; poi c’è stata la legge sul femminicidio, che ha solo inasprito le pene per la violenza su donne incinte e in presenza di minori e ha previsto l’arresto in flagranza che però già c’era. Infine è arrivato Renzi e la sua campagna sui finanziamenti: peccato, ed è una cosa grave, che i criteri di distribuzione non siano stati qualitativi – non si è dato peso al fatto di operare da anni sul campo, né alla formazione delle operatrici, né ai progetti in corso – così che i soldi sono andati anche ad associazioni che ospitavano genericamente donne in difficoltà: noi abbiamo ricevuto 36.000 euro con i quali dobbiamo fare tutto: impossibile”. Un problema ulteriore riguarda i minori: spesso c’è una schizofrenia del sistema, per cui, ad esempio, è capitato che uomini che avevano subito l’ordine di allontanamento hanno poi avuto l’affido condiviso  in sede di separazione (a volte con esiti drammatici come il caso di Federico Barakat). Quando invece la donna muore i bambini vengono dati a parenti, nonne  e sorelle spesso distrutti dal dolore. “Si trovano a tirare su i bambini spesso in una situazione di abbandono, nessuno li aiuta   materialmente e psicologicamente a superare il tragico evento”.

Pubblicato sul Fatto dell’8 marzo 2016.

 

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