Da Alqaeda a You Porn, dizionario della nostra stupidità

UnknownAffranti? “Lo sono sempre i familiari che danno comunicazione di un lutto. Intanto però hanno controllato quanto è rimasto sul conto corrente del defunto, cosa che in certi casi giustifica ampiamente che si sentano così”. Alqaeda? “Andava di moda prima dell’Isis”. Anello matrimoniale? “Quando si è in giro per locali senza coniuge dà un senso al taschino dei jeans”. Sono alcune delle voci che aprono il nuovo libro dello scrittore torinese Giuseppe Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità (Einaudi). Un lessico completo e (auto)ironico che spiega come sono diventati gli italiani, spaziando dall’alimentazione al vestiario, dai viaggi ai mestieri, dalla tv alla tecnologia, dal costume alla vita politica. E dove non manca, anche, il racconto di sé, a partire dall’adolescenza (“È stata più dura rispetto a quella degli adolescenti di oggi perché all’epoca non esisteva internet e quindi dovevo fare ogni volta sforzi sovrumani per andare in un’edicola non frequentata dai miei genitori e mettere su la faccia tosta che ritenevo necessaria per comprare una rivista porno, fosse anche solo Playboy. Ma è stata meno dura perché all’epoca non esisteva Crepet, o forse esisteva già ma non era ancora noto al grande pubblico in veste di esperto di disagio adolescenziale”).  Culicchia ironizza su tutto: dagli approfondimenti dei giornali (“Che corrispondono al gossip. Non a caso il sito più consultato dai giornalisti politici è Dagospia”), agli oroscopi (“Ma quello che dice il mio oroscopo vale anche per uno del mio stesso segno che però sta in Africa ed è alle prese con un’epidemia o una carestia?”), dai bagni pubblici (“Io quando sono costretto a servirmi di un bagno pubblico in Italia rimpiango sempre la sconfitta del Barbarossa a Legnano”), alle suocere (“Starne alla larga aiuta a non ucciderle”) dal matrimonio (“Sempre in crisi. Lo si tiene in piedi per evitare di ritrovarsi a fare i mendicanti”) a You Porn (“Chi? Io? Mai”).

Voce dopo voce, l’autore stigmatizza la banalità imperante (come quella dei tg che mandano immancabilmente in onda un servizio su come difendersi dalle truffe nel periodo di saldi controllando il cartellino), ma soprattutto i comportamenti conformisti – “obbligatorio tenere un blog nel quale comunicare agli altri blogger la propria importantissima opinione in merito a tutto l’universo mondo”, “Quando si parla di camorra, citare sempre Gomorra”, “Scrivere libri sui precari in quanto scrittori precari”, “Primo maggio. Organizzare un concerto. Invitare i Modena City Ramblers”-, ma anche, e soprattutto, quelli ipocritamente contraddittori (“Calcio: Dire sempre: è scandaloso quanto guadagnano i calciatori! Poi iscrivere i figli maschi in tenera età alla più vicina scuola di calcio”; Festival di San Remo: Stupirsi del suo successo. Dire sempre: Il Festival di San Remo? No, io non lo guardo. Poi però guardarlo”; “Selfie: Deprecare sempre. Poi farsene uno”). Dizionario della nostra stupidità ridicolizza sia il politicamente scorretto che il suo contrario (“Arabi: tutti terroristi e/o delinquenti. Citare Houellebecq e/o la Fallaci. Inveire contro quelli che citano Houellebecq e/o la Fallaci. Inveire contro quelli che inveiscono contro quelli che citano Houellebecq e/o la Fallaci”), e mette alla berlina anche il mondo intellettuale e il suo elitarismo (“Polemiche: precedono e seguono il Premio Strega. In questo caso, se va bene, vengono seguite con interesse variabile da circa ottanta persone in Italia, ma i giornali ne scrivono come se si trattasse di un argomento di rilevanza mondiale”). Ma nel libro c’è anche il racconto di come è cambiata la nostra vita quotidiana – spassosa la descrizione dei passeggeri del Frecciarossa trasformati in blocchi di ghiaccio dall’aria condizionata – e alcuni imperdibili consigli: “Armadi: qualora si decida di buttarsi in politica tenere presente che i propri non contengono solo abiti”; “Tasse: Evaderle con ogni mezzo, qualora se ne abbia la possibilità, aiuta a non sentirsi cretini”. E poi, ovviamente, le voci che riguardano la politica: Renzi (è affetto da renzismo) e renzismo (“affligge il Renzi e con lui i suoi vassalli, valvassori e valvassini”), Riforme (“definire come tali le controriforme”), Sinistra (“È indispensabile per l’attuazione di politiche di Destra senza dover incorrere in fastidiose proteste di piazza”), comunisti (“Un tempo volevano espropriare le banche. Oggi preferiscono possederle”), infine Partito democratico: — (vuoto). Una lettura divertente, che lascia solo un dubbio. Manca una voce essenziale: Dizionario dei luoghi comuni. Il primo, quello di Flaubert, è uscito 105 anni fa e da allora ne sono usciti sempre più spesso, a volte anche due l’anno. Non sarà una nuova forma di conformismo?

 

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