I biocrociati del dio vegano

UnknownChi si è stupito dell’assalto di una quindicina di vegani al ristorante di Carlo Cracco al grido di “Cracco assassino” (perché reo di aver cucinato un piatto a base di piccione nel corso della trasmissione di Masterchef), non è forse un habitué delle librerie. Infatti da qualche tempo a questa parte queste ultime sono popolate da romanzi per lo più ironici con protagonisti vegani che tentano di convertire il carnivoro di turno alla propria, superiore, religione. Dietro l’ironia, però, si nasconde il tragico e cioè un conflitto di civiltà ormai platealmente in atto: non tanto, banalmente, tra carnivori e vegani, ma tra chi mangia per vivere – e pure si interroga su ciò che mangia, di tanto in tanto, e modifica la sua alimentazione di conseguenza-, e chi letteralmente vive per mangiare, perché ha fatto del veganesimo una vera e propria religione, con conseguente visione manichea del mondo e relativi sistematici tentativi di evangelizzare le persone intorno a sé. Il veganesimo, chi conosce un vegano lo sa, è molto più che un modo di nutrirsi: è una visione del mondo, un culto, un’ascesi progressiva e inarrestabile in ogni ambito di vita.
L’opzione offerta a chi vegano non è da parte di questi nuovi biocrociati non è mai il compromesso – che non esiste – ma una conversione radicale, con sistematica spoliazione di tutto ciò che apparteneva al passato. Il dialogo di fatto è impossibile, o lo è purché si arrivi alle medesime conclusioni sul veganesimo radicale come unica strada per salvare il pianeta dalla rovina (in questo senso è anche un’escatologia). Ed è per questo, con le dovute eccezioni, che i vegani sono sostanzialmente intolleranti e spesso verbalmente violenti. Basta postare qualcosa sul web che sia contrario al veganesimo per ricevere centinaia di insulti, oppure, quando va bene, commenti pedagogici e paternalisti e inviti a informarsi sull’orrore che si cela dietro una mozzarella di mucca o un uovo fresco. Ma forse perché sostenere la secolarizzazione è duro, e l’uomo ha bisogno sempre di una fede, la religione vegetariana sta rapidamente diventando senso comune, se non moda. Così non solo crescono rapidamente i vegetariani, ma tutti noi ci sentiamo ormai in soggezione nel mangiare carne o insaccati, nell’introdurre nel nostro corpo del glutine, nell’utilizzare zucchero bianco, nel mangiare frutta e verdura non biologica. La cosa non è un male in sé, se non fosse che l’unilateralità è soffocante e cominciano a scarseggiare visioni del mondo alternative e altrettanto argomentate. Ad esempio è un bene che sia stato pubblicato in Italia (da Sonzogno) un libro che ha fatto molto scalpore negli Stati Uniti, Il mito vegetariano, della femminista ed ex vegana Leirre Keith. L’autrice, che rivela di aver ricevuto numerose minacce e messaggi di odio, spiega non solo come l’agricoltura stia distruggendo il pianeta ma anche come si possa aspirare a un mondo fatto di giustizia, compassione, sostenibilità – valori che i vegani attribuiscono unicamente a se stessi – anche da un punto di vista non vegano. E soprattutto tocca un punto fondamentale: “Per qualcuno che vive c’è qualcun altro che deve morire, siamo tutti predatori prima di diventare prede”, e vale pure per noi che da morti diventiamo cibo per la terra. Si può anche non essere d’accordo, ma il suo è l’esempio di un pensiero che rompe il senso comune e istilla quanto meno alcuni dubbi. E visto che l’alimentazione rischia, ormai è chiaro, di diventare la nuova metafisica, è bene riprendere in mano la riflessione di Weber tra etica della convinzione, che fa riferimento a principi assoluti senza curarsi delle conseguenze, e etica della responsabilità, che si cura del rapporto tra mezzi e fini ma soprattutto non è scevra da dubbi. Molti vegani, mentre affermano di incarnare la seconda, sono invece soprattutto espressione della prima, propria dei credi religiosi. Altri, tra cui anche vegani, hanno più dubbi che certezze. E soprattutto non convertono, ma al massimo fanno appello alla forza mite e silenziosa – e sempre vincente – dell’esempio.

Pubblicato sul Fatto quotidiano del 5 marzo 2016.

4 thoughts on “I biocrociati del dio vegano

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  2. Scusi, cara giornalaia, non ho capito come fa a dire che i vegani vivono per mangiare. Perché senza dare spiegazioni ognuno può affermare ciò che vuole. Sinceramente io nel suo articoletto ci vedo solo tanta infantile frustrazione.

  3. Che palle siderali questo continuo noioso volere essere sempre spiritosi… sopra le righe ( anche sotto direi). Io non mangio carne ma non voglio fare proseliti…se siete dei divoratori di animali e ci fate pure dello spirito sopra …non c’è niente da fare, siete nati così. Buona vita cari.. con lo stomaco pieno di cadaverini..e buon pro vi faccia se quando superate un camion pieno di creature che vanno al macello non vi si stringe il cuore..tanto non lo avete!

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