Le “pietre d’inciampo”, un modo discreto per ricordare la Shoah

UnknownPer una volta tanto c’è una lista d’attesa che sa di buono. È quella per porre una “pietra d’inciampo” a ricordo di una persona uccisa dai nazisti. Si tratta di una piccola targa lucida con un nome, un cognome e una data di nascita e morte, grande come un sanpietrino, posta a terra. A inciamparvi, più che i piedi, è l’occhio del camminatore frettoloso, al quale rammentano che lì abitava qualcuno, un uomo o una donna, strappato alla propria casa dal nazionalsocialismo, deportato e ucciso. Ebbene Gunter Demnig, l’artista che ha ideato il progetto delle “Stolperstein”, appunto pietre con inciso il nome delle vittime sparse per i marciapiedi delle città d’Europa, è impegnato per i prossimi nove mesi e non può accettare cerimonie per porre nuove pietre fino all’agosto 2016, come scrive il sito www. Stolperstein.eu. Che spiega anche come il progetto preveda che l’artista debba essere sempre presente nella posa delle pietre, salvo rare eccezioni e che le pietre (circa 120 euro il loro costo) siano costruite a mano esclusivamente dagli ideatori del progetto. 

L’idea di Demnig è nata nei primi anni Novanta, quando l’artista, a Colonia, si trova di fronte, durante un’istallazione sulla deportazione di cittadini rom e sinti, a un’anziana signora che nega l’esistenza di rom in quella città. Da allora decide di dedicare tutto il suo lavoro alla testimonianza dell’esistenza di cittadini scomparsi a seguito delle persecuzioni naziste: ebrei, ma anche politici, militari, rom, omosessuali, testimoni di Geova, disabili. Partito nel 1996 come un progetto simbolico, è cresciuto impetuosamente nel tempo e a oggi le   Stolpersteine sono oltre 50.000 e sono situate in 1400 luoghi in Europa (ultime arrivate, Bielorussia e Macedonia, dove verranno poste altre Stolpersteine nel 2016 e 2017). L’obiettivo  non è quello – impossibile – di porre una pietra per ogni persona uccisa, ma quello di riaccendere la memoria dei sopravvissuti e dei più giovani, attraverso un “segno concreto e tangibile ma discreto e antimonumentale”, sulle storie e le esistenze di milioni di cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Le Stolpersteine sono arrivate anche nelle città italiane grazie alla collaborazione tra amministrazioni comunali, associazioni culturali, comunità ebraiche locali e discendenti delle famiglie ebraiche coinvolte nella Shoah. A Roma, dove le Stolpersteine sono 237, presso la Biblioteca della Casa della Memorie e della Storia è attivo uno sportello a cui si può rivolgere per ricordare familiari e amici attraverso la collocazione d una Stolpersteine, mentre il sito web “Memorie d’inciampo” documenta i luoghi dove sono stati istallati in tutta Italia i sanpietrini e spiega diffusamente il senso dell’iniziativa.

Ma cosa rende le pietre d’inciampo così uniche rispetto agli altri monumenti? La discrezione e la mancanza di retorica (il san pietrino non emerge ma si interra, vi si inciampa casualmente); l’integrazione urbana; la diffusione; l’essere un progetto centrifugo, senza distinzione tra centro e periferie; l’intreccio tra passato e presente, tra individuo e collettività (gli Stolpersteine sono tutti uguali e tutti diversi), tra memoria privata e memoria pubblica; l’antirevisionismo e la promozione alla ricerca storica; il coinvolgimento degli studenti attraverso progetti didattici; infine il fatto che si tratta di un progetto in progress, continuo, non limitato al 27 gennaio, Giorno della Memoria.

Nonostante tutto ciò, però, negli anni non sono mancate le polemiche: sul fatto che le pietre venivano poste all’ingresso di un portone senza il consenso dei proprietari, ma anche perché le pietre di Demnig ricordavano troppo il periodo in cui i nazisti usavano le lapidi degli ebrei per la pavimentazione dei marciapiedi: è stato poi raggiunto l’accordo per cui la scelta del luogo dove porre una pietra d’inciampo deve essere subordinata all’approvazione sia dei proprietari che degli eventuali parenti delle vittime da ricordare.

Pubblicato sul Fatto quotidiano del 28 gennaio 2016.

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