Se Hollywood è razzista

UnknownTempesta di neve su New York, scrive ironicamente un ragazzo di colore su Twitter alla voce #Oscarsowhite, l’hashtag rilanciato dal regista Spike Lee. Che ha annunciato che quest’anno boicotterà l’88esima cerimonia della notte degli Oscar, affiancato da Will Smith e sua moglie Jada Pinkett Smith, da Chris Rock e David Oyelowo, da Dustin Hoffman e Michel Moore. Il motivo? Per il secondo anno consecutivo, tra le venti nomination non c’è neppur un attore di colore (come già accaduto tra il 1995 e il 1997 e tra il 1975 e il 1980), tanto che è possibile che sul palco l’unico attore nero sarà il presentatore Chris Rock. La polemica si sta allargando e rimbalza su tutti i giornali angloamericani, dal New York Times al Los Angeles Time, dal The Guardian all’Economist, dove i rispettivi critici si chiedono se il problema siano degli Academy Awards sbilanciati a favore dei bianchi o se sia l’intera industria del cinema a sfavorire le persone di colore, impedendone l’ascesa; e se si dovrebbe applicare il principio politicamente corretto delle quote di colore anche nei film e nelle fiction.

Ad essere sicuramente messa sotto accusa è la giuria degli Oscar, composta da 6.000 votanti, dei quali il 94% è bianco e il 76% maschio. Nonostante il presidente abbia deciso di inserire 332 nuovi membri, di cui molte donne e persone di colore, i rapporti di forza restano asimmetrici. Così, molti dei film di valore con protagonisti di colore sono stati del tutto ignorati: come Creed, che ha avuto molto successo di pubblico e di critica ma che ha ottenuto solo una nomination (andata a Stallone), mentre Michael B. Jordan e Ryan Coogler, scrive ironicamente l’Economist, “si sono dovuti accontentare dei 100 milioni di dollari realizzati al botteghino”; oppure Straight Outta Compton, un film su un gruppo di hip hop nero con un regista e un produttore neri, che è stato nominato per la sceneggiatura, scritta da un bianco. E ancora Concussion, con Will Smith e Gugu Mbatha-Raw e Beasts of No Nation, che ha portato all’attenzione occidentale il fenomeno terribile dei bambini soldato e il cui protagonista Idris Elba, i cui fan sperano diventi il prossimo James Bond, è stato del tutto trascurato. Scelte sulla scia di quelle fatte l’anno passato quando Selma, un film sul movimento dei diritti civili apprezzato dalla critica, non vinse nulla.

Ma cosa dicono esattamente i numeri? A fare un po’ di calcoli ragionati è proprio l’Economist, che scrive che nel 20esimo secolo il 95% delle nomination sono andate a protagonisti bianchi.  Nelle quattro categorie dedicate agli attori ci sono stati nella storia degli Oscar 66 nominati neri in tutto. Non ci sono mai stati più di due nominati neri per la stessa categoria e solo in quattro volte su 87 l’Oscar al miglior attore è andato a un attore nero (la prima volta Sidney Poitier, nel 1963). Solo una donna nera ha invece vinto l’Oscar alla miglior attrice: Halle Berry nel 2002 (proprio quell’anno Denzel Washington vinse il premio per il miglior attore protagonista). Che ci sia un problema è ancora più evidente se si ricorda che il 70% degli attori iscritti alla Screen Actors Film è bianco, quindi se ci fosse stata equità nelle nomine si sarebbero dovuti avere 28 su 40 nomination di colore in due anni. Ma il problema, che riguarda anche le minoranze ispaniche e asiatiche, non sta solo nella giuria dell’Academy, visto che secondo uno studio su 600 top film condotto dall’Annemberg Center for Communication and Journalism, gli attori neri sono sottorappresentati nei ruoli che contano per gli Oscar (9%) e ancor più come registi (6%, donne appena due su 600): lo “sbiancamanento”, dunque, è un fenomeno che accade anche nelle scuole di teatro e negli uffici di casting. Il Guardian riporta invece l’analisi del Bunche Center Report del 2015, che nota, tra le altre cose, come i senior manager dei film studio siano per il 92% bianchi e l’83% maschi, mentre quelli della tv 93% bianchi e 73% maschi. Insomma sono vere entrambe le cose: che uomini e donne non bianchi sono sottorappresentati nel mondo del cinema, e che agli Oscar concorrono, e vincono, professionisti bianchi perché l’Academy, un po’ come la giuria del Premio Strega, è composta per la quasi totalità da bianchi in maggioranza maschi. Per alcuni quella del “minutaggio  etnico” nei box office o nella storia del cinema è una lagna del politicamente corretto, perché “Hollywood non è un ente governativo che debba rappresentare tutti” (Il Foglio). Ma  l’America non è l’Italia e la rappresentanza delle minoranze è un tema sensibile, tanto che la presidente dell’Academy Cheryl Boone è intervenuta dicendo (un po’ ipocritamente) di “avere il cuore spezzato ed essere frustrata per la mancanza di diversità”. È vero che esistono i Bet Awards, dove non sei premiato se non sei afroamericano e la segregazione è al contrario. Ma gli Oscar sono un’altra storia. Se poi sono le minoranze ad acquistare buona parte dei biglietti al box office (25% solo gli ispanici) e potrebbero essere stanche di tanto “sbiancamento”, allora Hollywood farebbe bene ad ascoltarle.

Pubblicato su Il fatto del 23 gennaio 2016.

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