I divi italiani, fragili e impauriti dalla libertà femminile

UnknownCosa unisce le star del muto Bartolomeo Pagano ed Emilio Ghione alle celebrities contemporanee come Carlo Verdone e Riccardo Scamarcio? Semplice: l’essere “divi, italiani, maschi”, tre aggettivi che due studiose angloamericane Jacqueline Reich e Catherine O’Raw, utilizzano come filo rosso nel libro Divi (Donzelli editore) per analizzare il cinema italiano dalla sua nascita a oggi, colmando al contempo un vuoto, visto che le grandi dive sono state spesso oggetto di saggi e biografie. Per le due autrici la mascolinità divistica italiana si caratterizza per essere soprattutto un luogo di contraddizione, perché i divi italiani– che per certi versi,  come vorrebbe l’etimologia, appartengono a una dimensione ultraterrena, lontana dalla vita quotidiana del comune pubblico mortale – sono in realtà fragili e instabili, nel loro tentativo di adattarsi ai cambiamenti sociali e in particolare alla minaccia dalla mobilità femminile, specie dal dopoguerra in poi.

Questo li rende tuttavia, a differenza delle star hollywoodiane, più terreni, vicini al loro pubblico, vista anche la loro iniziale associazione a generi come il comico e le serie poliziesche. Anche durante il fascismo i modelli di virilità proposti divergono da quelli mussoliniani (basti pensare alla compagnia Za Bum di Mario Mattoli, dove inizia la sua carriera De Sica). Dopo il neorealismo, che offusca generi come il melodramma (dove esprime la figura del reduce che tenta di “ricostruire una virilità egemonica dopo l’umiliazione dell’Italia”), sono gli anni della commedia all’italiana, di maschi goffi ed egocentrici come il quartetto Gassman, Sordi, Tognazzi e Manfredi, che per “vent’anni radiografano le bassezze e i mali ereditali dell’italiano medio”. Un modello che arriva ad oggi, basti pensare alla figura di Checco Zalone e Christian De Sica. Negli ultimi tre decenni del secolo i divi italiani, a causa anche della mancanza di uno studio system come in America, emergono soprattutto dal cinema d’autore e dalla collaborazione tra registi e divi: Fellini con Mastroianni, Gassman con Risi e Monicelli, Lina Wertmuller con Giancarlo Giannini fino a Servillo con Sorrentino. Una virilità sofferta è anche quella che si trova nei film del XXI secolo, dalle commedie ai melodrammi, dai film biografici ai drammi politici, e poi nelle fiction, come Michele Placido nella Piovra, Zingaretti in Montalbano e gli attori pasoliniani della fiction, e del film, Romanzo Criminale, fino a 1992 con Stefano Accorsi. Uno star system, quello italiano, privo di un’istituzione pubblica, come un tempo era Cinecittà, e sostenuto soprattutto da un pubblico sempre più attivo, specie grazie all’avvento dei social network, tramite cui il consumatore diventa “produttore, un agente intento a revisionare, ricreare, consolidare e diffondere l’immagine della star”.

La seconda parte è dedicata all’analisi dei singoli divi, partendo dai personaggi dell’eroico Maciste (Emilio Pagano e il “cinema dei forzuti”) e il criminale di successo di Za la Mort (Bartolomeo Ghione). Si passa poi a raccontare la parabola di Vittorio De Sica “esempio perfetto del rapporto tra star, persona e stile performativo”, che vira mano mano verso ruoli più seri. Un capitolo è dedicato al divo autarchico Amedeo Nazzari, personificazione “ideale delle difficoltà e ambiguità del dopoguerra, in cui la mascolinità eroica ha ceduto il passo all’amarezza e al sacrificio inutile” e un altro a Raf Vallone, un “Nazzari di sinistra”, dalla mascolinità stoica, severa, tormentata nel suo rapporto con il femminile. È poi la volta di Vittorio Gassman, “attore virtuoso in cui i ruoli combinano spesso cinismo e pathos in maniera istrionica, capace di passare dall’italiano medio opportunista all’ambizioso ideale maschile”, mentre non manca, ovviamente un capitolo su Alberto Sordi, rappresentante perfetto del personaggio maschile della commedia all’italiana, un mix di “sensibilità tragica e inconfondibile romanità”, che dà voce alle contraddizioni sociali del dopoguerra. Marcello Mastroianni invece è il latin lover italian del boom anni Sessanta, il divo italiano per eccellenza, ma anche il rappresentante della figura dell’inetto, fallito impantanato nella mediocrità borghese e anche lui in lotta con la crescente indipendenza femminile. Gian Maria Volonté è l’emblema della star politicamente impegnata, anche se la sua personalità divistica è “proteiforme e mutevole”, mentre Roberto Benigni e Carlo Verdone esprimono un umorismo che mette “in tensione regionalismo e nazionalismo” e in cui è protagonista una mascolinità sempre incalzata dai cambiamenti sociali, sessuali e politici. In particolare Benigni rappresenta il topos del grullo per evidenziare la complessità della società moderna o l’assurdità delle politiche razziali, mentre Verdone è l’incarnazione del maschio italiano egocentrico, nevrotico, ipocondriaco. Gli ultimi due capitolo sono infine dedicati a Toni Servillo, “maschera ricorrente del nuovo cinema di qualità”, in cui “l’immobilità fisica si alterna a un’improvvisa fluidità”, e alla versatilità di Riccardo Scamarcio, capace destrutturare la fama di belloccio e di rubacuori per approdare a una figura di divo uomo di cultura e attore impegnato.

 

Pubblicato sul Fatto quotidiano del 5 gennaio 2016

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