Le cicatrici della crisi

UnknownUn carrello del supermercato spinto da un pensionato e pieno di pannolini, ovetti di cioccolata e creme antiarossamento: se dovessimo raccontare l’Italia del dopo crisi questa sarebbe l’immagine giusta, visto che i pensionati sono stati i meno colpiti, mentre un’intera generazione di giovani ha perso il treno del lavoro, specie quello sicuro. A cimentarsi in una vera e propria narrazione della Grande Recessione, quella iniziata nel 2007 e delle sue conseguenze sugli stili di vita e i modi di pensare degli italiani è la giornalista Roberta Carlini nel libro Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi (Laterza) secondo cui la recessione ci ha profondamente trasformato, accentuando oppure frenando tendenze più o meno manifeste. Non è un libro sulle vittime, spiega l’autrice, ma sulle “cicatrici degli anni di ferro”, molti dei cui effetti vedremo solo tra alcuni decenni, ma che è possibile forse prima o poi sanare.

La prima immagine che il libro di propone è un reparto maternità dell’ospedale degli Incurabili di Napoli, dove arrivano donne mediamente istruite, ben sopra i trent’anni. Una tendenza, quella della riduzione delle nascite specie tra le più giovani, che già esisteva, ma sulla quale la crisi si è abbattuta su un “pianeta dissestato”. La maternità torna ad essere non più libertà e desiderio, ma una scelta possibile solo in certe condizioni, la prima delle quali è il lavoro femminile, specie quello non atipico, unica misura di protezione al contrario di inefficaci bonus bebé.

Ma più in generale, è la famiglia che si è infragilita: ci si sposa di meno, e sempre più tra simili, anche a livello economico, una tendenza già presente da alcuni decenni ma che la crisi accentua (5%in meno ogni anno dal 2007). Non aumentano però le convivenze, piuttosto la permanenza nella famiglia di origine, salita tra i 18 e i 30 anni al 72,5%, specie se manca il lavoro. Ma la crisi ha anche interrotto il ritmo ascendente delle separazioni. Si divorzia meno anche per i costi degli avvocati, in generale il divorzio è un lusso che non tutti posso permettersi. Ma la crisi non ricompatta la famiglia, piuttosto soffoca l’instabilità. Quando poi alla fine si scoppia, magari per un adulterio che “scatena forze e sofferenze terribili, neanche fossimo negli anni Cinquanta”, la conflittualità esplode, come raccontano gli avvocati divorzisti che si trovano di fronte situazioni sempre più drammatiche, come padri poveri che fanno ritorno alla casa dei genitori.

La crisi ha modificato anche i rapporto tra uomini e donne: queste ultime sono sempre più le nuove breadwinners, le persone che portano a casa il reddito principale. La recessione falcidia soprattutto il lavoro maschile, così che in sei anni le famiglie monoreddito femminile sono arrivate a 2,4 milioni. Diminuisce così il gap di genere molto accentuato in Italia (non gli stereotipi di genere) ma il dato – apparentemente positivo – non riguarda le giovanissime, la cui occupazione scende più dei giovani maschi, ma soprattutto le più anziane, anche per effetto delle riforme pensionistiche.

Ma come cambiano i consumi con la crisi? Crollano le spese per il cibo – che però si vuole sempre sempre più sano e bio in tutte le fasce della popolazione – e l’abbigliamento, i beni si usano ma sempre meno si posseggono (è la cosiddetta sharing economy, a partire dai trasporti). Si oscilla cioè “tra una nuova miseria e una nuova misura” di un consumatore più consapevole, ma mediamente più povero. Un altro mutamento epocale, sottovalutato dall’intera classe politica ma anche dagli studiosi, lo racconta un dato: dall’inizio della crisi è andato perduto il 20% degli studenti, una tendenza di cui l’Italia è protagonista in Europa. I giovani sono convinti che la laurea non serva a trovare un lavoro, mentre molti partono verso i paesi dove il diritto allo studio esiste concretamente.

Visti i mutamenti sociali in atto in Italia non è un caso dunque, nota l’autrice, dunque, che si sia ricominciato a parlare di diseguaglianza, tra libri e convegni. D’altronde milione e mezzo di persone ha perso il lavoro dal 2008, come la popolazione della regione Marche. I poveri sono aumentati, specie tra chi è in affitto o ha più di un figlio, e non si tratta di una considerazione banale, visto che molti sistemi di welfare hanno tenuto di fronte all’ondata di Grande Recessione: ma non l’Italia, tra i pochi a non avere una misura universale di copertura contro la povertà estrema. Così, a volte è un incisivo che manca a segnalare l’occupazione che non c’è perché c’è un nesso tenace tra salute, anche mentale, di cui nessuno si occupa più, e reddito. Ma a portare le cicatrici più profonde della crisi resta soprattutto una generazione: quella cresciuta con la recessione, i nati negli anni Ottanta e Novanta, che ha perso tutto sul fronte del lavoro, del reddito, della casa, della ricchezza e dell’istruzione. E forse proprio quello tra le generazioni è il gap più profondo, quello che ci “consegna le prove di una diseguaglianza più aspra e inaccettabile”.

 

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