Volo basso ma sempre alto. Fenomenologia di Fabio Volo

voloAlmeno sei milioni di copie vendute per sette libri, mentre il giro di presentazioni dell’ottavo romanzo appena uscito, È tutta vita vede le librerie prese dall’assalto dalle sue fan, per lo più giovani donne in coda per una firma dell’ex panettiere, disk jokey, ex Iena, attore, conduttore, sceneggiatore bergamasco. Anche la storia dell’ultimo libro, dal titolo nonsense eppure perfetto per attirare la lettrice media, è quella giusta per doppiare il successo dei precedenti. Una coppia che entra in crisi dopo aver avuto un bambino, e segue poi uno schema semplice, che è quello di tutti i romanzi di Fabio Volo, equivalente scrittorio del primo Muccino: rottura di un equilibrio, grande tormento del protagonista, scioglimento fin troppo facile della crisi e riconciliazione finale. Anche in questo libro i drammi restano sempre piccoli drammi, come il non potere più andare a bere fuori con gli amici o non fare l’amore con la propria donna da più di tre mesi. Assente, come sempre, qualsiasi elemento realmente tragico, che d’altronde manca in buona parte dei successi letterari italiani, da Gramellini a Piccolo.

Ma per capire chi è davvero Fabio Volo bisogna leggere quello che la critica dice di lui. Una critica spaccata in due verso l’uomo che è diventato il simbolo della letteratura un grado appena sopra Moccia che vende milioni di copie. Tra i lodatori c’è Antonio D’Orrico: “Margaret Mazzantini scrive frasi tipo: ‘La grinta autistica di chi si batte sola con se stessa e non cambia muro’. Fabio Volo scrive frasi tipo: ‘Forse non sono la donna che credo di essere’. Preferirei Fabio Volo”. Il Foglio, in un articolo a firma di Stefano Sgambati, sostiene che Fabio Volo è un genio; basta vederlo in azione “per pensare a quel complesso sistema di cose che esalta ciascuna idea, anche la più sciocca e la ricompone in bellezza”. Lo stesso sostiene Luca Telese: “Volo è un piccolo genio. Un genio minimale, certo, popolare: ma sempre genio.”. Anche Repubblica gli dedica negli anni ampie paginate, con firme come Berselli e Gnoli.

Fin qui i lodatori. I detrattori sono pochi ma c’è però chi si è preso però la briga di scrivere un intero (godibilissimo comunque la si pensi), libro su Fabio Volo, Volo basso. Spinelli, sesso e banalità: viaggio nelle cazzate che scrive Fabio Volo di Lucio Giunio Bruto (Kaos edizioni). Visto il “suo presenzialismo mediatico multiplo e ultradecennale”, Volo può essere definito secondo l’autore “il più influente fenomeno socioculturale dell’Italia mediatica e teledipendente”, con un piede a destra (Mondadori, Mediaset) e uno a sinistra (Radio Deejay). Un fenomeno tanto più importante in “quanto non è basato su alcuna dote artistica”. Volo dà il meglio di sé quando percorre sentieri minimalisti: ad esempio quando “evoca la profonda tristezza che ti prende la domenica sera quando, dopo un’ultima birra e un’ultima sigaretta, stai per andare a dormire e ti accorgi che la lavatrice è piena di roba da stendere”. Più che a Volo, comunque, la critica del libro si rivolge agli incensatori che lo circondano: “In quanto divo mediatico-televisivo e autore di libri di grande successo, Volo gode di una particolare benevolenza da parte di tutti i media (cane non mangia cane). Nessuno dei quali si è mai preso la briga di leggerne in chiave critica le imbarazzanti opere librarie”. L’altro articolo di natura non agiografica – “Errare è umano, perseverare è Fabio Volo”- lo firma sul blog Il bureau Simon F. Di Rupo secondo cui i romanzi di Volo ci mettono di fronte a un micidiale sillogismo: “Dato che tutti siamo uguali nel nostro più basilare approccio a qualsiasi cosa, perché lui ce lo dice, e lo dice sempre riferendosi in prima persona,  tutti siamo lui. Ergo, lui è tutti. La gigantografia del vuoto”. Volo ha risposto ai suoi critici nel discusso articolo del 2013 su La Lettura del “Corriere della Sera”, sostenendo che in America nessuno si sognerebbe di tracciare una linea tra arte o intrattenimento. “Poi, quando torno in Italia, ripiombo nell’eterno mistero per cui si è obbligati a scegliere tra Checco Zalone o La vita di Adele”. E conclude con auspicio che finiscano le guerre tra “acculturati” e “intrattenitori”, tra buoni e cattivi, Guelfi e Ghibellini. Insomma un maître à penser perfetto per l’Italia di oggi, per le grandi coalizioni, per il renzismo dominante, per chi, non volendo vedere il conflitto reale insito nelle cose, lo rimuove a colpi di romanzi o di tweet. E proprio per questo – nessuno in fondo vuole che gli si ricordi la complessità tragica dell’esistenza – ha successo.

Pubblicato su Il fatto quotidiano di domenica 29 novembre 2015.

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