Autoespressione, vi prego basta

colori“Ecco questa è la stanza dei colori dove suo figlio potrà sviluppare il suo talento, qui invece si fa l’inglese, poi abbiamo laboratori di musica e teatro per favorire la sua autoespressione». Le parole dell’educatrice dell’asilo che mi sta illustrando i pregi della struttura mi suonano come un monotono deja vu. Tutte le scuole dei piccoli tengono a sottolineare che lì si svilupperà soprattutto la capacità espressiva e il talento del bambino. Non che abbia qualcosa in contrario, il problema è che non si fa mai quasi cenno – almeno quando bisogna far presa sul genitore perché scelga di iscrivere suo figlio proprio lì – a dei valori sempre più importanti e sempre più trascurati, come lo spirito di comunità, l’empatia, l’educazione civica. I genitori non ne vogliono sentir parlare, tutti protesi a far sì che il proprio figlio sia il più talentuoso e cominci a competere con successo già a un anno. Eppure apprendere la capacità di sentirsi un piccolo corpo comune e imparare il rispetto della diversità è ancor più fondamentale del disegno o dell’inglese perfetti. Ricordo che una volta l’asilo dove andava mio figlio arrivarono due sordomuti a fare uno stage. Era un’esperienza di diversità incredibile, eppure molti genitori si lamentarono al punto di farli mandare via. E c’è il caso di quella scuola romana in cui il preside aveva deciso un’ora di cultura rumena, vista la quantità di bambini di quella nazionalità: i genitori hanno protestato a gran voce invocando la solita ora di inglese. Le competenze individuali sono importanti, ma ancora più importanti, in tempi di individualismo, educatori che puntino sulla solidarietà reciproca e sul sentirsi, dicevo, un corpo comune (uno strumento molto efficace ad esempio è il canto corale). Insomma meno autoespressione e più empatia reciproca, meno competizione e più interazione affettuosa in vista di un bene comune.

Pubblicato sul Fatto di lunedì 30 novembre 2015

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