Jung tutto in una tasca

Unknown21 volumi, 9525 pagine totali con 10.028 note e link racchiusi in un unico e-book: dopo la pubblicazione del Libro Rosso (20.000 copie vendute, un successo visto il prezzo elevato) Bollati Boringhieri decide di pubblicare l’edizione integrale delle opere Jung in versione digitale, facendola seguire a quella di Freud (5200 copie, il 10 per cento del venduto in cartaceo, un numero piccolo ma una buona percentuale per un e-book, con circa 75.000 euro di fatturato). Ma quanto è attuale oggi il pensiero del pensatore svizzero e come leggere con “occhiali” junghiani alcuni fenomeni del nostro tempo? “Leggere o rileggere Jung può significare ridare a questo autore il giusto ruolo che merita nella storia del pensiero, nella pratica clinica e nella ricerca e nella costruzione del significato della propria esistenza”, spiega Marta Tibaldi, analista junghiana e autrice di Pratica dell’immaginazione attiva (La lepre) e Oltre il cancro. Trasformare creativamente la malattia che temiamo di più (Moretti&Vitali). “Tra l’altro molti concetti che sono diventati di uso corrente sono junghiani senza che ne venga riconosciuta la paternità (ad es. complesso, archetipo, ombra)”. Ma come siamo cambiati rispetto a cinquant’anni fa? Quali sono le patologie del nostro tempo?

“Mentre un tempo l’analisi curava l’isteria», ci dice invece Luigi Zoja, già presidente dello IAAP, l’associazione che raggruppa gli analisti junghiani nel mondo, autore di numerosi volumi (l’ultimo è Psiche, edito da Boringhieri), “oggi sono molto diffuse nel genere femminile le patologie alimentari, mentre per il genere maschile dominano le nuove patologie del ritiro: i giovani che non studiano né lavorano per paura della competizione”. “Cinquant’anni fa”, interviene Tibaldi, “c’erano molti pazienti cosiddetti nevrotici ovvero pazienti con un io che tendeva a contrapporsi alle spinte della psiche inconscia, irrigidendosi. Oggi abbiamo una situazione per certi versi opposta: l’io tende ad essere preda di dinamismi inconsci e non riesce a definire i confini. In entrambi i casi una situazione di squilibrio psichico complessivo che fa vivere male anche se in modi e con effetti molto diversi”. Quali sono invece le utopie contemporanee? “Mi chiedo”, risponde Zoja, autore, tra l’altro, di Utopie Minimaliste (Chiare Lettere), “come mai una o due generazioni fa ci fosse molto impegno politico e dedizione assoluta e oggi quelle stesse persone non si impegnano allo stesso modo quando in realtà le differenze socioeconomiche aumentano all’interno degli stessi paesi e tra paesi e paesi”. E i rapporti tra uomo e donna, lungamente (analizzati da entrambi gli specialisti)? “Ho cercato di spiegare, come la critica necessaria al patriarcato e ai suoi eccessi non si sia però accompagnata ad una maggiore presenza femminile ma a un disfacimento del modello paterno buono, facendo strada al maschio competitivo”, spiega Zoja. “I rapporti tra generi”, interviene Tibaldi, “sono in movimento, e sta a noi far sì che siano in movimento positivo”. Come giudicherebbe Jung l’enorme corruzione diffusa nel nostro paese? “Qui Jung potrebbe dire molto”, dice Tibaldi. Prendere seriamente in considerazione la realtà del male significa confrontarci con la distruttività che abita gli uomini assumendosi la responsabilità della scelta etica. Vedi Giobbe di Jung”. E del nuovo fondamentalismo che avanza? “Ho scritto sul massacro di Parigi”, spiega Zoja, “sostenendo la necessità di un po’ più di autocritica: non è prudente offendere qualcosa che per altri è sacro. Dopo l’11 settembre, invece, ho cominciato a lavorare sul tema paranoia non solo dei fondamentalisti ma anche nell’amministrazione Bush. Ma la paranoia esiste anche da noi sotto le vesti del populismo, anche mediatico”. “Il terrorismo islamico”, conclude Tibaldi, “ci fa vedere di quale orrore siamo capaci e quale sofferenza possiamo infliggere agli altri,   ricordandoci anche dell’orrore e della sofferenza di cui anche noi siamo stati artefici all’interno della nostra cultura (Giordano Bruno o le streghe non venivano forse bruciati vivi come ha fatto l’Is?) e in altre culture. Anche in questo caso le risposte psichiche possono essere varie – dalla negazione al rifiuto alla regressione – oppure trasformative  nella direzione di un pensiero critico complesso e nell’assunzione di una posizione eticamente responsabile in prima persona”.

Parlare di analisi infine, significa anche parlare delle colpe e dei limiti dell’analisi stessa. “Se un tempo, nel ‘68 c’era un po’ di esagerazione onnipotente nell’illudersi di poter trasformare la natura umana e la società attraverso l’ausilio anche della psicoanalisi”, dice Zoja, “oggi siamo di fronte all’eccesso opposto, la psicoanalisi si occupa esclusivamente del privato”. “È vero”, conferma Tibaldi, è una psicoanalisi che guarda il proprio ombelico e non alza la testa guardando e praticando il mondo, perciò rischia di diventare individualista. Esiste però un mondo molto ampio e diverso dal nostro, la Cina ad esempio, che vive una realtà sociale completamente diversa e in cui la psicologia del profondo sta diventando un grande leva di cambiamento sociale in positivo”.

Pubblicato sul Fatto quotidiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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