Femminismo? Un parola che respinge le più giovani

UnknownSsss….parlo piano, affinché le anziane femministe non mi sentano e mi additino come maschio-sottomessa. Ma lo confesso: il termine femminismo mi fa stare a disagio, non mi sembra una parola utile oggi, per tanti motivi. Anzitutto non mi piace per un fatto grammaticale: volenti o nolenti, “femminismo” è l’equivalente, al femminile, di “maschilismo”. Se volessimo dunque stare alla grammatica, femminismo vorrebbe dire ritenere superiori le donne agli uomini, tentando di sopraffarli, il che è cosa riprovevole e sbagliata (anche se di donne che si ritengono superiori agli uomini se ne incontrano parecchie). Poi, ovviamente, c’è il dato storico. Non vorrei sembrare incoerente, ma ritengo gli anni Settanta anni strepitosi – magari essere stata grande allora -, anni di manifestazioni potenti e di energia femminile straordinaria, capace di portare a casa magnifici diritti.

Ma era un’altra epoca, appunto, e noi donne dobbiamo fare i conti con l’oggi, per il quale sarebbe necessario inventare altri strumenti, altre parole, altri modi di manifestare. “Femminismo”, infatti, è una parola che divide, che allontana soprattutto le più giovani, che hanno modi diversi per autorappresentarsi e pensarsi in relazione agli uomini. Queste nuove identità femminili vanno intercettate altrimenti, senza quell’astio o rabbia che spesso accompagnano i giudizi di chi è stata femminista storica. È vero, a volte è difficile capirle, perché in apparenza sembrano meno libere e più sottomesse alla schiavitù della bellezza per farsi benvolere, ma poi se ci parli scopri caratteri e identità forti, idee precise, voglia di autoaffermazione. Che magari prende altre forme, meno pubbliche, è vero, ma forse produce silenziosamente il cambiamento, dal basso, nella misura in cui queste nuove donne sono sempre più capaci di occupare posti di potere e di far sentire la loro voce a casa e al lavoro.

Pubblicato sul Fatto quotidiano del 12 ottobre 2015.

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