The Bachelor, quando il reality esagera

UnknownÈ ripartito ogni martedì alle 21 e 10 su Sky Uno il reality più surreale del mondo. Si chiama The Bachelor e in America è un successo consolidato. 25 ragazze, anzi in questa edizione ben 27, si contendono un solo scapolo: donne accorse da tutto il paese nella speranza di trovare l’amore. Il fortunato, per modo di dire,  di questa stagione di chiama Juan Pablo, è un giocatore di calcio venezuelano (nonché primo “bachelor” ispanico della serie). “Sono felice, sono in cerca dell’amore, se penso al futuro sono ottimista”, dice eccitata una delle ragazze prescelte. Tutto il format, in realtà, è un tripudio di gridolini di felicità e di emotività incontrollata. Le ragazze sembrano entusiaste, pronte a cogliere quella magnifica occasione che si presenta davanti a loro.

Raccontano di notti insonni in attesa del fatidico momento, parlano di Juan Pablo come della loro quasi unica chance di vita, elogiandone la bellezza, la mascolinità, il profumo, le movenze, sono pronte a sfoderare gli artigli per poter formare una famiglia visto che alla prescelta finale lo scapolone farà una formale proposta di matrimonio. Nonostante qualche coppia nelle edizioni passate si sia realmente sposata, però, il format si basa su uno schema esistenzialmente artificiale, e scade subito in un curioso mix di macchietta e perversione. È ovvio infatti che nessun uomo può sostenere la conoscenza di 27 donne contemporaneamente. Certo ogni appuntamento è una fonte di divertimento, perché le ragazze vengono portate in location spettacolari, con tanto di neve finta e vasche idromassaggio, ma se persino chi guarda fa fatica a ricordarsi i nomi delle protagoniste figuriamoci il povero malcapitato. La stessa finzione si ripete per le ragazze, costrette a conquistare in pochi minuti un uomo conteso da altre ventisei. È chiaro che il romanticismo che contorna gli appuntamenti – i baci, le rose che alla fine la fortunata riceverà se l’incontro è andato bene – è fasullo, visto che neanche i più sfrenati teorici della poligamia potrebbero mai trarre piacere all’idea di dividere il proprio partner con oltre due dozzine di pretendenti.  Ma anche la tragedia è una farsa: i pianti, la disperazione delle ragazze eliminate, la convinzione che l’occasione della vita è stata persa sono irrealistici e quindi alla fine tragicomici. Il programma, però, è anche morbosetto: scatena infatti l’immaginario delle donne che si scambiano effusioni lesbiche tra di loro, perché ovviamente il clima che si viene a creare tra quelle che aspettano che arrivi il loro turno è proprio quello: d’altronde, che altro dovrebbe sperare lo spettatore annoiato di fronte a ventisei ragazze belle, giovani e seminude se non che lo spettacolo cominci proprio tra di loro, e non nella baita o nella piscina di turno dove nel frattempo Juan Pablo tenta di cominciare a distinguere una coscia da un’altra? Per lo spettatore italiano, poi, la morbosità di The Bachelor è accentuata, e si tinge di politica. Troppo macabre le associazioni che si fanno vedendo un plotone di ragazze asserragliate in una villa alla conquista di un uomo solo. Quasi quasi, da noi bisognerebbe vietarlo non ai minori, ma ai cittadini italiani nati prima del 1994.

Pubblicato su Il fatto di giovedì 9 aprile 2015

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