Renzi, neanche un’ombra?

UnknownIeri (cioè fino al governo Letta), una classe politica fatta da un “gruppo di filosofi autoproclamatisi membri dell’Accademia di Platone”, che avevano separato la Politica dal Popolo e dalle sue aspirazioni. Oggi, nell’era della Rottamazione, politici improvvisamente divenuti amici del popolo e piazze affollate di bambini e palloncini a celebrare la neonata democrazia. È questa l’immagine che sembra dare della svolta renziana Graziano Delrio del suo libro Cambiando l’Italia. Rinnovare la politica, ritrovare la fiducia (Marsilio). Renzi, e il suo entourage, vengono celebrati come gli eredi di Dossetti e dell’Ulivo, come gli uomini del coraggio e del cambiamento, del fare ma anche, citando Simone Weil, del pensare. Nessuna ombra, nessuna criticità: certo, l’accelerazione impressa alle riforme può essere “rischiosa”, certo, forse c’è stato un “linguaggio troppo populistico” e un’ “arroganza priva di disciplina”, ma la rivoluzione è già qui, nei comuni finalmente vicini ai cittadini, nel lavoro vicino ai lavoratori e nelle tutele universali, in un sud che risolleva la testa, un’industria che rinasce, una pubblica amministrazione snella e funzionante. In tanta, commovente, luce forse è difficile vedere che la repubblica renziana è una repubblica che detesta la memoria, che ha azzerato la concertazione, che grida al complotto ogni volta che si leva qualche voce critica; una repubblica che, soprattutto, non sembra aver lasciato alle spalle quel ventennio di individualismo in cui “gli altri sono diventati nemici e competitori”, ma in qualche modo ne rappresenta l’epigono forse più rappresentativo: la repubblica del selfie, appunto, l’ha chiamata acutamente qualcuno. 

Pubblicato su Il fatto quotidiano del 21 marzo 2015.

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