Empire, tanto colore per nulla

UnknownÈ ambientata nel mondo dell’hip pop Empire, la nuova serie televisiva statunitense creata da Leee Daniels e Danny Strong in onda da marzo anche su Fox Italia. La sceneggiatura appare intrigante: Lucios Lyon, interpretato da Terrence Howard, è un ex spacciatore arrivato a capo di un impero, la Empire Entertainment, casa discografica che scrittura musicisti hip hop. La serie inizia con una diagnosi infausta: Lucios è malato di Sla, e a detta dei medici ha solo tre anni di vita. Inizia così la sua ricerca forsennata di un erede, da trovare tra i suoi tre figli: quello più grande, un uomo d’affari di successo, che soffre di disturbo bipolare; Jamal, talentuoso rapper, che però è gay e questo crea non pochi problemi al padre, che cerca di impedirgli un outing pubblico. Infine Hakeem, il più giovane, anche lui musicista capace ma soprattutto playboy dissipato che pensa soprattutto a soldi e fama. A interferire con i piani di Lucios non sono tanto i problemi dei figli quanto,  soprattutto, la sua ex moglie Cookie Lyon (interpretata da Taraji P. Henson), donna senza scrupoli appena uscita dal carcere dopo diciassette anni di detenzione e intenzionata a riprendersi la sua parte di società e a manipolare i figli per i suoi fini, decidendo chi portare al successo e chi affossare.

Dal punto di vista della sceneggiatura  Empire segue lo schema classico dei continui colpi di scena, con le situazioni che si complicano e si intrecciano tra di loro con una logica meccanica, a tavolino, che appare però del tutto inverosimile rispetto alla realtà. Come inverosimile è  la caratterizzazione psicologica dei personaggi, troppo declinati nel loro aspetto peccaminoso, avido di potere, cinico, morboso. A partire dal protagonista Lucios, del quale non si indagano per nulla gli effetti psicologici e fisici della malattia – come se una diagnosi di Sla non avesse alcun impatto– mentre lo si disegna capace di uccidere un suo amico a sangue freddo, salvo poi piangere al suo funerale (e nel frattempo cercare di sviare le indagini della polizia). E così la moglie, che appare di continuo in ogni momento della vita del marito con sceneggiate folli e assurde, mentre nel frattempo trama con gli agenti federali per incastrarlo e avere qualcosa in cambio.

Insomma il difetto di Empire – che pure ha molti pregi, come quello, ad esempio, di un cast praticamente interamente afroamericano – sta nella scelta originaria, quella cui ogni serie si trova di fronte nel momento del concepimento: decidere di seguire l’andamento della realtà, e quindi raccontare l’evoluzione psicologica ed emotiva dei personaggi, costruendo una trama più concreta e meno rocambolesca; oppure inseguire continui rovesciamenti, con un andamento adrenalinico che però non corrisponde quasi mai alla verità delle cose. Così, alla fine, la serie si segue quasi come una droga, per conoscere il successivo colpo di scena. Vale per tutte le serie? Non proprio: sempre di più, anche negli Stati Uniti, sono quelle che lo spettatore segue per trovarsi dentro un’atmosfera, ma anche un certo modo di vedere il mondo (come True Detective). E per cercare la compagnia di un personaggio, proprio come se fosse un nuovo amico, amante, compagno.

Pubblicato su Il Fatto quotidiano di sabato 21 marzo 2015.

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