4 ristoranti, il reality culinario dal volto umano

UnknownLanciare un nuovo programma a tema cucina nell’Italia del 2015 è un po’ come cercare di vendere l’asta per il selfie ai passanti: si rischia il linciaggio, tanta è l’assuefazione rassegnata ai format culinari proprio come all’autorappresentazione tramite smartphone. Ma 4 ristoranti, il nuovo reality “on the road” dello chef Alessandro Borghese, in onda mercoledì alle ore 21.10 su Sky Uno, riesce in un compito che sembrava fallito in partenza: tenere, tutto sommato, incollato lo spettatore alla puntata, incuriosendolo e divertendolo. La chiave del programma ricorda Cucine da incubo: c’è uno chef che entra nella cucina di quattro ristoranti, scelti per ogni puntata in diversi punti del paese, da Milano alla riviera romagnola, dalla Puglia a Roma, da Matera al Trentino.

In questo caso, però, l’effetto minaccioso-persecutorio del cuoco a cinque stelle che scruta dentro cucine unte e frigo pieni di muffa, con conseguente mortificazione del ristoratore e dei suoi aiutanti, viene mitigato dal fatto che in realtà a giudicare ciascun ristorante sono a rotazione gli altri tre (oltre Borghese), il che stempera il clima assurdamente apocalittico di trasmissioni stile Masterchef e dintorni. In 4 ristoranti – un po’ come nel reality Quattro matrimoni, dove  4 spose partecipano ai matrimoni delle altre – sono tutti nella stessa barca e anche la presenza dello chef di grido, che avrebbe potuto mitigare il gossip divertente e scatenato, non ingessa gli altri protagonisti, anche perché Borghese è piuttosto simpatico e alla mano. Così, si viene a creare un clima goliardico, nel quale i tre ristoratori sono chiamati ad assegnare  un punteggio in base al menu, al servizio, alla “location” (ma non si poteva, ahimé, chiamarlo locale?), e al conto: conto che per la prima volta – finalmente – entra in un programma di cucina, restituendo quel principio di realtà che in altri format culinari è sempre assente, come se si trattasse sempre di ingurgitare manicaretti e mai di pagare. L’altro elemento che caratterizza il programma è la mescolanza di locali molto diversi tra loro – a Milano si entra in un locale che fa street food israeliano, in una gnoccheria e in un ristorante nippo brasiliano, in Emilia in un chiosco dove ci si apparecchia da soli e in un ristorante con le posate d’argento – il che evita l’effetto monotonia, visto che i protagonisti, oltre a provenire di volta in volta da regioni diverse, spesso sono tipi agli antipodi, accomunati dal solo fatto di dover far tornare i conti (assieme alla passione). Azzeccata anche la cifra che viene assegnata in caso di vittoria, 5000 euro, un importo modesto che spinge alla fine gli chef locali a partecipare più per divertirsi che per accaparrarsi il malloppo, con conseguente morigeratezza dei giudizi finali, non forzati e abbastanza sinceri. Resta sempre il fatto che sempre di cibo, alla fine, si parla, come se altro oggi non si riuscisse a concepire. Ma almeno c’è un clima realistico, lontano da quella competizione surreale che caratterizza, invece, quel Masterchef Junior ormai alle porte: e appunto riuscirà Borghese, anche quest’anno conduttore, a rappresentare sia il volto umano che quello sadico del reality culinario?

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