Uteri in fuga/5: mamme negli Stati Uniti

Unknown“Ho sempre avuto chiaro in mente che avrei voluto lavorare nell’ambito dei diritti umani. Così, dopo una laurea in giurisprudenza, sono volata via quasi subito in Marocco, grazie a una borsa di studio del governo italiano per lavorare con le Nazioni Unite”. È una mattina tranquilla e Francesca, che ha 37 anni, è nella sua casa di Washington. Sua figlia Leila, due anni, è stata poco bene, così è rimasta a casa perché il suo contratto per l’agenzia Project Concern International, che si occupa di assistenza umanitaria ai paesi in via di sviluppo, le consente la massima flessibilità: “Se ho bisogno di un giorno me lo prendo, poi recupero lavorando di più il giorno successivo o la domenica, o magari di sera. Oppure da casa, andando in ufficio quando voglio per le riunioni. Sono stata da poco un mese in Italia, senza prendere ferie (che qui negli Stati Uniti sono pochissime), partecipando alle riunioni via Skype”. Francesca, che ha lasciato un pezzetto di cuore in Medio Oriente, non è particolarmente innamorata dell’America, “poca solidarietà, molto individualismo e consumismo”. Però qui, dove è arrivata per accompagnare il marito, che lavora alla Banca Mondiale e che spessissimo è in giro per il mondo per lavoro, ha trovato condizioni adatte per realizzare quello che a un certo punto ha sentito come un desiderio non prorogabile: avere un bambino, “perché senza il lavoro sarei infelice ma se non avessi avuto un figlio molto di più”.

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http://d.repubblica.it/attualita/2015/03/12/news/come_vivere_da_mamma_negli_stati_uniti_usa_america-2514956/

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