Dio perdona, Luca Mercalli (e l’ambiente) meno

UnknownScorie radioattive, spreco energetico, sovrappopolazione, inquinamento dell’aria, uso dell’acqua dolce, buco dell’ozono, fusione dei ghiacci, acidificazione degli oceani, uso del suolo e deforestazione, cambiamento climatico, abuso di azoto e fosforo, perdita della biodiversità: eccoli qui, dal meno grave al più grave, i dodici problemi di cui soffre il nostro pianeta. Li ha messi in fila il meteorologo e climatologo  Luca Mercalli nel suo nuovo programma che gioca con l’omonimia tra il suo cognome e quello del noto vulcanologo, Scala Mercalli: sei puntate in onda il sabato su Rai tre alle 21.30 (sfidando la posta di Maria De Filippi e  le notti sul ghiaccio di Rai Uno), per parlare di ambiente, clima, sviluppo sostenibile. Un’idea semplice e intelligente alla quale però finora nessuno aveva pensato, programmi di animali e viaggi – che altra cosa sono però – a parte. Difficile, allora, non partire dagli elogi: anzitutto, nonostante un incipit un po’ ansiogeno, con il conduttore che annuncia che l’ultimo gennaio è stato il secondo più caldo della storia e un breve video di papa Francesco che ricorda che Dio perdona ma la terra no, Scala Mercalli evita, per fortuna, i toni paralizzanti da apocalisse in arrivo. Con pacatezza ideologica e senza l’uso forsennato di grafici (spesso arma contundente nelle mani negli ambientalisti più zelanti), ricorda invece che tutto sta nelle nostre mani e la battaglia si può ancora vincere. Le immagini utilizzate in studio, con citazioni storiche e pittoriche, sono belle e il programma evita di diventare un talk sul clima grazie a lunghi e intensi servizi: sul bersagliato continente australiano, sul laboratorio di ricerca tra le nevi svizzere Jungfraujoch, ma anche sulle conseguenze in termini di diseguaglianze dello sfruttamento delle risorse in Cile e in Perù. Produce infine un rinfrescante effetto anticonformista la critica ad una retorica della crescita che invece attraversa enfaticamente i discorsi, mostrati in studio, dei capi di stato (Renzi compreso).

Fin qui i meriti. Perché il tono generale, in studio, resta un po’ scolastico-cattedratico: il conduttore è uno scienziato e non uno show man, certo, ma forse si potrebbe alleggerire il leggermente soporifero effetto-lezione.  Portare due ospiti illustri in studio va bene (anche se i poveretti sono costretti a restare in piedi, forse perché sull’ambiente occorre stare sempre vigili), ma forse, senza dibattiti sterili, sarebbe interessante creare anche dei contraddittori – magari con i famigerati, e qui assenti, social – per ricordare che anche sull’ambiente le soluzioni non sono univoche e il pensiero non è, né dovrebbe essere, unico. Infine, gioverebbe un po’ più di più concretezza: si potrebbe parlare di più di ciò che possiamo fare da subito, magari lanciando il messaggio che essere ecologici è trendy e anche divertente (come spiega in parte il servizio sul quartiere Brixton in transition, a Londra). Insomma, insistere di più sull’aspetto benignamente grillino che lega la rivoluzione a micro-scelte facili, belle e immediate. Per far sentire chi guarda meno impotente e più coinvolto. Meno in un’aula universitaria, e più nella cucina, o nel bagno, di casa sua.

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