Sono italiano, son trasformista

images“Gentile signor Paiella, siamo spiacenti, lei si trova in regime di detenzione: i suoi comportamenti non sono conformi a quelli del cittadino italiano”. Una voce femminile annuncia a un disperato signor Edmond Dantes il suo destino: essere estradato in un paese estratto a sorte oppure sottoposto al PRISS, Programma Recupero Italiani Smarriti. Pur di non essere spedito in Mongolia, Dantes accetta la seconda opzione: così comincia per lui, cittadino onesto che fa la raccolta differenziata e non ha colpe  (“al massimo avrò cantato Trottolino amoroso”), un viaggio di trasformazione in italiano “vero”: quello che chiede al vigile amico di togliere la multa alla cugina o ringrazia col cesto di Natale il deputato per il favore di turno. È l’incipit del nuovo spettacolo Sono d’accordo su tutto – partito il 17 febbraio al teatro Sala Umberto a Roma – del comico e musicista Max Paiella: un viaggio, tra canzoni e imitazioni, nella società e nella politica italiane. “I maschi scatenati del Pd/s’azzuffano più di tre volte al dì/prima D’Alema, dopo Civati/ poi s’è incazzato pure Cofferati”, canta Paiella, insieme alla band The Rabbits, sulla falsariga di “I maschi” della Nannini.  Ce n’è per il Pd, ma anche per la destra (“Tra Toti e Lupi/sono davvero tempi cupi”), e il Movimento 5 Stelle, i cui rappresentanti ricevono in scena i manrovesci di un nerboruto Paiella-Cannavacciuolo. D’altronde, è pure la società a essere cambiata: mentre prima – “ai tempi in cui Malagrotta era una collinetta verde” –per “campare dovevi saper trasformare le cose”, oggi per sopravvivere bisogna sapersi trasformare. Cosa che Dantes-Paiella è costretto a fare, dopo aver incontrato una serie di personaggi: il sindaco Marino (“A Roma c’era la cosca/io conoscevo solo il chiosco, daje, daje, daje”), l’ex sindaco Alemanno (“Stanno piovendo su Roma 35 centimetri di merda buttate sale grosso”), Renzi che si svende il Molise ai cinesi, Matteo Salvini (“Siamo disposti a ospitare gli italiani del sud – i sudici, i sudditi – basta che non lascino aloni”), il ministro Franceschini che fa proclami mentre Pompei crolla alle sue spalle.

Non solo politici, però: anche cardinali che vivono in residenze faraoniche, abati corrotti e fanatici delle nuove religioni orientali (“Dammi retta fanno tendenza”. “Va beh che i nostri preti ormai so’ tutti neri come bacarozzi, ma non era meglio San Lorenzo cotto sulla griglia?”), loschi agenti di spettacolo che cercano talenti di “primo livello da piazzare tra Ramona Badescu e Martufello”. Tutti, a loro modo, piazzisti, “perché il fatto è che a noi italiani ci piace il piazzista, piazzateci il piazzista”. Così, alla fine, pur di restare sul suolo italiano, Dantes-Paiella finirà per ammettere che Scilipoti è un “esempio di lealtà” e Scajola un “perseguitato” e sarà autorizzato a camminare “con la schiena dritta come Minzolini”, accompagnato dall’inno d’Italia, che parte nel finale. Ma, per fortuna, è Viva l’Italia di De Gregori. Una lode all’Italia che, invece, resiste.

Pubblicato su Il fatto quotidiano del 24 febbraio 2015. 

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